Ecco l’acqua : cosa mi impedisce di essere battezzato ?

Posté par diaconos le 30 avril 2020

Filippo battezza l’eunuco etiope

Dal libro degli Atti degli Apostoli

In quei giorni l’angelo del Signore parlò a Filippo, dicendo : « Andate verso sud, prendete la strada che scende da Gerusalemme a Gaza ; è deserta. «  E Filippo se ne andò per la sua strada. Ora un certo etiope, un eunuco, alto funzionario di Candace, la regina d’Etiopia, e amministratore di tutti i suoi tesori, era venuto a Gerusalemme per il culto.

E tornò, seduto sul suo carro, a leggere il profeta Isaia. E lo Spirito disse a Filippo : « Avvicinati e unisciti a questo carro. «  E Filippo corse, e sentì l’uomo che leggeva Isaia, il profeta, e gli chiese : « Capisci quello che stai leggendo ? «  L’altro gli rispose : « Come posso se non c’è nessuno che mi guidi ? « 

Così invitò Philip a salire e a sedersi accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo : È stato condotto come una pecora al macello, come un agnello muto prima del tosatore, non ha aperto la bocca. Nella sua umiliazione non ha ottenuto giustizia. I suoi discendenti, chi parlerà di loro ? Perché la sua vita è tagliata fuori dalla terra.

E l’eunuco, rispondendo, disse a Filippo : « Dimmi, ti prego, di chi parla il profeta ? Di se stesso, o di un altro ?  »  Allora Filippo rispose, e da quella Scrittura gli predicò la Buona Novella di Gesù. Mentre andavano per la loro strada, arrivarono in un luogo di irrigazione, e l’eunuco disse : « Ecco, qui c’è l’acqua: cosa mi impedisce di essere battezzato? « 

E quando fece fermare il carro, entrambi scesero in acqua, e Filippo battezzò l’eunuco. E quando uscirono dall’acqua, lo Spirito del Signore portò via Filippo ; e l’eunuco non lo vide più, ma se ne andò per la sua strada, rallegrandosi. Filippo si trovò nella città di Ashdod, predicando la Buona Novella in tutte le città che attraversò fino al suo arrivo a Cesarea.  (Atti 8, 26-40)

L’incontro tra Philippe e l’etiope

A Filippo fu ordinato da un angelo di andare sulla strada del deserto da Gerusalemme a Gaza verso mezzogiorno. Obbedì prontamente, e vide un etiope, il ministro delle finanze della Regina, venuto a Gerusalemme per il culto, che stava tornando, seduto sul suo carro, a leggere il profeta Isaia. Lo Spirito comandò a Filippo di unirsi alla carrozza di quest’uomo.

Filippo, quando corse alla carrozza e sentì che l’etiope stava leggendo Isaia, gli chiese se capiva quello che stava leggendo. L’etiope si lamentava di non avere nessuno che gli spiegasse le Scritture. Ha invitato Philip a sedersi con lui. Lesse il passo che dipingeva il servo del Signore come l’agnello che soffre senza aprire la bocca. Chiedeva se il profeta parlava di sé o di qualcun altro. Filippo, prendendo queste parole come punto di partenza, gli annuncia Gesù.

Il loro viaggio li ha portati in un luogo dove c’era acqua. L’etiope chiese il battesimo, fermò il carro e scese in acqua con Filippo. Filippo lo ha battezzato. Quando uscirono dall’acqua, lo Spirito portò via Filippo. L’etiope non lo vedeva più, perché faceva il suo viaggio con gioia. Filippo era ad Azotus, da dove andava in giro per il paese, evangelizzando, fino a Cesarea.

Gaza era una città filistea molto antica, situata vicino al Mar Mediterraneo :  « Il territorio dei Cananei si estendeva da Sidone, in direzione di Gerar, fino a Gaza, e in direzione di Sodoma, Gomorra, Admah e Zeboim fino a Lechah ». (Gen 10,19) Da Gerusalemme c’erano molte strade che portavano ad essa ; l’angelo indicò a Filippo quella che avrebbe dovuto prendere, dicendogli che stava attraversando una terra poco abitata e incolta.

La patria di quest’uomo era l’Etiopia, un paese africano a sud dell’Egitto, di cui faceva parte l’attuale Abissinia. Questo paese era governato da regine che portavano il titolo di Candace, proprio come i re d’Egitto governavano il faraone. L’etiope era un ministro, da cui la regina Candace. Era ministro delle Finanze.

Un candace è una regina tra i Kushite, come il faraone che regna tra gli Egiziani. C’erano molte regine in Nubia. Gli Atti degli Apostoli ne citano uno (Atti 8, 27-39), di cui un ministro eunuco si è convertito e battezzato dal diacono Filippo. Questa considerazione è ripresa da Eusebio di Cesarea, che ha specificato che questa regina Candace regnava sull’isola di Meroe nella terra degli etiopi. Plinio il Vecchio riferisce che a suo tempo la regina dell’isola di Meroe si chiamava Candace, e che questo nome è stato tramandato da regina a regina per molto tempo.

L’etiope ha ricevuto la conoscenza del vero Dio dagli ebrei che abitavano in Etiopia, perché è venuto a Gerusalemme per il culto. Fu proselitismo dalla porta, perché secondo la legge un eunuco non poteva essere ammesso nell’assemblea del popolo : « Il Bastardo non sarà ammesso nell’assemblea del Signore; nemmeno i suoi discendenti alla decima generazione saranno ammessi nell’assemblea del Signore » (Dt 23, 3).

La domanda di Filippo era della massima importanza, perché era necessario comprendere la Scrittura per riceverla nel suo cuore. La sua risposta ha rivelato la sua umiltà e il suo desiderio di imparare. Dio, istituendo il ministero della Parola, ha voluto che i suoi servi illuminati illuminassero coloro che ne erano privi; ma non appena la sua parola viene rivelata ad un’anima dallo Spirito Santo, essa diventa luminosa per lui in tutte le cose che sono importanti per la sua salvezza.

Questa è stata l’esperienza dell’etiope. Percepì nel passaggio del profeta la buona notizia della salvezza, e quando vide in Filippo un uomo intelligente e colto che si interessava a lui, lo invitò gentilmente a sedersi con lui. La questione dell’eunuco tradisce il suo candore e il suo bisogno di imparare, così come la sua intelligenza.

La questione dell’etiope presupponeva che Filippo, in un prolungato colloquio con lui, gli parlasse anche del regno di Dio fondato da Gesù, della Chiesa, e del battesimo con cui i credenti vi venivano accolti; l’anima dell’etiope, tutta aperta alla verità e alla vita, desiderava ricevere subito il simbolo della sua unione con Gesù e con la sua Chiesa.

Fu l’etiope che ordinò ai suoi servi di fermare il carro, dopo che Filippo aveva acconsentito al suo battesimo. In tutto questo c’è stata una decisione e una prontezza che ha mostrato la sincerità e la vivacità della sua fede. Dopo il battesimo, partì da solo verso il suo paese, pieno di gioia, perché aveva trovato il suo Salvatore e, in lui, la vita eterna.

Azotus era una città dei Filistei a ovest di Gerusalemme, molto vicina al Mar Mediterraneo, la cui riva Filippo seguì verso nord fino a Cesarea : « Perciò i sacerdoti di Dagon, e tutti quelli che entrano nella sua casa, non camminano ancora oggi sulla soglia di Dagon ad Ashdod.  » (Samuele 5, 5).

Quest’ultima città, che si chiamava Cesarea Stratonis, perché Erode il Grande l’aveva costruita sul sito della torre di Straton, ed era quindi distinta da Cesarea Filippi, era molto famosa nella storia. Era la residenza abituale dei procuratori romani ; situato in riva al mare, era all’epoca il porto principale della Palestina (vedi Philip Bridel, Palestine Illustrated, III, 39-43).

Filippo non ha fatto il lungo viaggio da Azotus a Cesarea in un solo colpo, ma andando di luogo in luogo, ha evangelizzato tutte le città che ha attraversato. Quando arrivò a Cesarea, trovò un campo di lavoro che lo impegnò a stabilirsi in quella città : « Il giorno dopo andammo a Cesarea, entrammo nella casa di Filippo, l’evangelizzatore, che era uno dei Sette, e restammo con lui. « (Atti 21, 8)

Il Diacono Michel Houyoux

Collegamenti sul web con altri siti cristiani

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Che cosa mi impedisce di essere battezzato

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Voici de l’eau : qu’est- ce qui empêche que je sois baptisé ?

Posté par diaconos le 30 avril 2020

Le baptême de l'eunuque éthiopien par Philippe

Du livre des Actes des Apôtres

En ces jours-là,  l’ange du Seigneur adressa la parole à Philippe en disant : « Mets-toi en marche en direction du sud, prends la route qui descend de  Jérusalem à Gaza ; elle est déserte. » Et Philippe se mit en marche. Or, un Éthiopien, un eunuque, haut fonctionnaire de Candace, la reine d’Éthiopie, et  administrateur de tous ses trésors, était venu à Jérusalem pour adorer.

Il en revenait, assis sur son char, et lisait le prophète Isaïe. L’Esprit dit à Philippe : « Approche, et rejoins ce char. » Philippe se mit à courir, et il entendit  l’homme qui lisait le prophète Isaïe ; alors il lui demanda : « Comprends-tu ce que tu lis ? » L’autre lui répondit : « Et comment le pourrais-je s’il n’y a  personne pour me guider ? »

Il invita donc Philippe à monter et à s’asseoir à côté de lui. Le passage de l’Écriture qu’il lisait était celui-ci : Comme une brebis, il fut conduit à l’abattoir ; comme un agneau muet devant le tondeur, il n’ouvre pas la bouche. Dans son humiliation, il n’a pas obtenu justice. Sa descendance, qui en parlera ? Car sa vie est retranchée de la terre.

Prenant la parole, l’eunuque dit à Philippe : « Dis-moi, je te prie : de qui le prophète parle-t-il ? De lui-même, ou bien d’un autre ? » Alors Philippe prit la parole et, à partir de ce passage de l’Écriture, il lui annonça la Bonne Nouvelle de Jésus. Comme ils poursuivaient leur route, ils arrivèrent à un point d’eau, et l’eunuque dit : « Voici de l’eau : qu’est-ce qui empêche que je sois baptisé ? »

Il fit arrêter le char, ils descendirent dans l’eau tous les deux, et Philippe baptisa l’eunuque. Quand ils furent remontés de l’eau, l’Esprit du Seigneur emporta Philippe ; l’eunuque ne le voyait plus, mais il poursuivait sa route, tout joyeux. Philippe se retrouva dans la ville d’Ashdod, il annonçait la Bonne Nouvelle dans toutes les villes où il passait jusqu’à son arrivée à Césarée.  (Ac 8, 26-40)

La rencontre de Philippe et de l’Éthiopien

Philippe reçutt, par l’entremise d’un ange, l’ordre de se rendre, vers midi, sur le chemin désert de Jérusalem à Gaza. Ayant obéi promptement, il vit approcher un Éthiopien, ministre des finances de la reine, qui était venu à Jérusalem pour adorer, et s’en retournait, assis sur son char et lisant le prophète Ésaïe. L’Esprit ordonna à Philippe de rejoindre le char de cet homme.

Philippe, étant accouru et entendant que l’Éthiopien lisait Isaïe, lui demanda s’il comprenait ce qu’il lisait. L’Éthiopien se plaignit de n’avoir personne qui lui expliqua l’Écriture. Il invita Philippe à s’asseoir à ses côtés. Il lisait le passage qui peignit le serviteur de l’Éternel comme l’agneau qui souffre sans ouvrir la bouche. Il demande si le prophète parla de lui-même ou de quelque autre. Philippe, prenant ces paroles pour point de départ, lui annonça Jésus.

Leur route les amena à un endroit où il y eut de l’eau. L’Éthiopien demanda le baptême, fit arrêter le char et descendit avec Philippe dans l’eau. Philippe le baptisa. Lorsqu’ils sortirent de l’eau, l’Esprit enleva Philippe. L’Éthiopien ne le. vit plus, car, joyeux, il continua son voyage. Philippe se trouva dans Azot, d’où il parcourut le pays, en évangélisant, jusqu’à Césarée.

Gaza était une très an­cienne ville phi­lis­tine, si­tuée près de la mer Mé­di­ter­ra­née : « Le territoire des Cananéens s’étendait de Sidon, en direction de Guérar, jusqu’à Gaza et en direction de Sodome, de Gomorrhe, d’Adma et de Tseboïm jusqu’à Lécha. » (Gn 10, 19)  Plu­sieurs che­mins y condui­saient de Jé­ru­sa­lem ; l’ange dé­signa à Phi­lippe ce­lui qu’il dut prendre, en lui di­sant qu’il tra­ver­sait une contrée peu ha­bi­tée et peu culti­vée.

La pa­trie de cet homme  était l’Éthiopie, pays d’A­frique, si­tue au sud de l’Égypte, dont fai­sait par­tie ce qui est au­jourd’­hui l’A­bys­si­nie. Ce pays fut gou­verné par des reines qui por­tèrent le titre de Can­dace, comme les rois d’Égypte ce­lui de Pha­raon. L’éthiopien fut ministre, de là reine Can­dace. Il fut ministre des finances.

Une candace est une reine chez les Koushites, comme pharaon règnant chez les Égyptiens. Il y eut plusieurs reines en Nubie. Les actes des apôtres, mentionnent une d’entre elles (Ac 8, 27-39), dont un ministre eunuque fut converti et baptisé par le diacre Philippe. Ce récit est repris par Eusèbe de Césarée, qui précisa que cette reine Candace régnait dans l’île de Méroé de la terre des Éthiopiens. Pline l’Ancien rapporta que, de son temps, la reine de l’île de Méroé s’appela Candace, et que ce nom se transmit depuis longtemps de reine en reine.

L’Éthiopien reçut la connais­sance du vrai Dieu par des Juifs ha­bi­tant l’Éthio­pie, puis­qu’il vint à Jérusalem pour adorer. Il fut pro­sé­lyte de la porte, car, se­lon  la loi un eunuque ne pou­vait être ad­mis dans l’as­sem­blée du peuple :  « Le Bâtard ne sera pas admis à l’assemblée de Yahvé ; même ses descendants jusqu’à à la dixième génération ne seont pas admis à l’assemblée de Yahvé » ( Dt 23, 3)

La ques­tion de Phi­lippe fut de la plus haute im­por­tance, car il fallait comprendre l’Écri­ture pour la re­ce­voir dans son cœur. La ré­ponse de ce­lui-ci ré­véla son hu­mi­lité et son dé­sir de s’ins­truire. Dieu, en ins­ti­tuant le mi­nis­tère de la Pa­role,  voulut que ses ser­vi­teurs éclai­rés fissent part de leurs lu­mières à ceux qui en manquèrent ; mais, dès que sa pa­role est dé­voi­lée à une âme par le Saint-Es­prit, cette pa­role lui de­vient lu­mi­neuse dans tout ce qui im­porte à son sa­lut.

Telle fut l’ex­pé­rience de l’Éthio­pien. Il pres­sen­ta dans le pas­sage du pro­phète la bonne nou­velle du sa­lut, dont son âme fut al­té­rée, et comme il vit en Phi­lippe un homme in­tel­li­gent et ins­truit qui s’in­té­ressa à lui, il l’invite avec bien­veillance à s’asseoir auprès de lui. La ques­tion de l’eu­nuque tra­hit sa can­deur et son be­soin de s’ins­truire, aussi bien que son in­tel­li­gence.

La ques­tion de l’Éthio­pien sup­posa que Phi­lippe, dans un en­tre­tien pro­longé avec lui, lui parla aussi du royaume de Dieu fondé par Jé­sus, de l’Église et du baptême par le­quel on y re­ce­vait les croyants ; l’âme de l’Éthio­pien, tout ou­verte à la vé­rité et à la vie, as­pira à re­ce­voir im­mé­dia­te­ment le sym­bole de son union avec Jésus et avec son Église.

Ce fut l’Éthio­pien qui commanda à ses ser­vi­teurs de faire arrêter le char, après que Phi­lippe eut consenti à son bap­tême. Il y eut en tout cela une dé­ci­sion et une promp­ti­tude qui dé­notèrent la sin­cé­rité et la vi­va­cité de sa foi. Après son baptême, il re­prit la route seul vers son pays, rem­pli de joie, car il ve­nait de trou­ver son Sau­veur et, en lui, la vie éter­nelle.

 Azot fut une ville des Phi­lis­tins à l’ouest de Jé­ru­sa­lem, as­sez près de la mer Mé­di­ter­ra­née, dont Phi­lippe sui­vit le ri­vage vers le nord jus­qu’à Césarée : «  C’est pour cela que les sacrificateurs de Dagon, et tous ceux qui entrent dans sa maison, ne marchent point sur le seuil de Dagon, à Asdod, jusqu’à ce jour. »(Samuel 5, 5)

Cette der­nière ville, qu’on ap­pe­lait Cae­sa­rea Stra­to­nis, parce qu’­Hé­rode le Grand l’a­vait bâ­tie sur l’em­pla­ce­ment de la tour de Stra­ton, et qu’on dis­tin­guait ainsi de Cé­sa­rée de Phi­lippe fut très cé­lèbre dans l’­his­toire. Elle ser­vit de ré­si­dence ha­bi­tuelle aux pro­cu­ra­teurs ro­mains ; si­tuée sur les bords de la mer, elle fut à cette époque le prin­ci­pal port de la Pa­les­tine (voir Phi­lippe Bri­del, La Palestine Illustrée, III, 39-43).

Phi­lippe ne fit pas d’une seule traite la longue course d’A­zot à Cé­sa­rée ; mais allant de lieu en lie , il évangélisa toutes les villes par où il pas­sa. Arrivé à Césarée, il trouva un champ de tra­vail qui l’en­ga­gea à fixer sa de­meure dans cette ville :  » Partis le lendemain, nous sommes allés à Césarée, nous sommes entrés dans la maison de Philippe, l’évangélisateur, qui était l’un des Sept, et nous sommes restés chez lui. » (Ac 21, ,8)

Diacre Michel Houyoux

 Complément

◊ Diacre Michel Houyoux :cliquez ici pour lire l’article → Moi, je suis le pain vivant, qui est descendu du ciel (Jn 6, 44-51)

Liens sur Internet avec d’autres sites chrétiens

◊ KT42 : cliquez ici pour lire l’article →  BD : Le baptême de l’eunuque éthiopien par Philippe

◊ Église protestante unie de l’étoile : cliquez ici pour lire l’article → Philippe et l’eunuque éthiopien

Philippe et l’Éthiopien

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Telle est la volonté de mon Père : que celui qui voit le Fils et croit en lui ait la vie éternelle

Posté par diaconos le 29 avril 2020

 Jésus est le Pain de Vie

 Telle est la volonté de mon Père : que celui qui voit le Fils et croit en lui ait la vie éternelle  dans Catéchèse

De l’Évangile de Jésus Christ selon saint Jean

En ce temps-là, Jésus disait aux foules : « Moi, je suis le pain de la vie.  Celui qui vient à moi n’aura jamais faim ; celui qui croit en moi n’aura jamais soif. Mais je vous l’ai déjà dit : vous avez vu, et pourtant vous ne croyez pas. Tous ceux que me donne le Père viendront jusqu’à moi ; et celui qui vient à moi, je ne vais pas le jeter dehors.

Car je suis descendu du ciel pour faire non pas ma volonté, mais la volonté de Celui qui m’a envoyé. Or, telle est la volonté de Celui qui m’a envoyé : que je ne perde aucun de ceux qu’il m’a donnés, mais que je les ressuscite au dernier jour. Telle est la volonté de mon Père : que celui qui voit le Fils et croit en lui ait la vie éternelle ; et moi, je le ressusciterai au dernier jour. »  (Jn 6, 35-40)

Le Pain de la vie

Jé­sus op­posa une dé­cla­ra­tion ca­té­go­rique à toutes les fausses idées de ses in­ter­lo­cu­teurs : « Jésus lui dit : ‘ Moi, je suis la résurrection et la vie. Celui qui croit en moi, même s’il meurt, vivra’  « (jn 11, 25)  Le pain de la vie est ce­lui qui com­mu­nique la vie. Jé­sus est ce pain de vie, parce que, en lui, la vie s’est ma­ni­fes­tée  : « Oui, la vie s’est manifestée, nous l’avons vue, et nous rendons témoignage : nous vous annonçons la vie éternelle qui était auprès du Père et qui s’est manifestée à nous. » (1 Jn 1, 2)

Mais pour le trou­ver en Jé­sus il faut venir à lui et croire en lui, deux termes sy­no­nymes qui ca­rac­té­risent la conduite de ce­lui qui trouve en Jé­sus son Sau­veur. Le pre­mier dé­signe l’ac­quies­ce­ment de la vo­lonté, peut-être aussi la re­pen­tance qui sont les condi­tions préa­lables de la foi : « 1Je me lèverai, j’irai vers mon père, et je lui dirai: Mon père, j’ai péché contre le ciel et contre toi  » (Lc 15, 18)

Cette foi qui s’at­tache à Jé­sus nous met seule à même de n’a­voir plus jamais sen­tir tous les be­soins de mon âme plei­ne­ment sa­tis­faits : « Ils n’auront pas faim  Et ils n’auront pas soif ;  Le mirage et le soleil ne les feront pas souffrir ;  Car celui qui a compassion d’eux sera leur guide  Et il les  conduira vers des sources d’eaux.  » (Is 49, 10)

 Ces hommes demandèrent de voir pour croire. Et  ils le virent, lui et ses œuvres, ils entendirent les pa­roles di­vines qui prononcées par Jésus, et malheureusement, ils ne crurent pas ! Jé­sus dut pro­non­cer ces mots avec une pro­fonde tris­tesse, mais il sa­vait où était sa conso­la­tionÀ quelle pa­role Jé­sus fit-il al­lu­sion par ces mots : « Je vous l’ai dit ? »

Jé­sus passa, sans tran­si­tion, à cette pen­sée nou­velle, qui fut une ma­gni­fique ré­vé­la­tion de la grâce di­vine.  Seule­ment, pour que nous croyions véritablement, il faut que Dieu ac­com­plisse en chacun de nous l’œuvre de sa grâce. C’est là ce que Jé­sus ap­pela  un don de son Père. Jé­sus em­ploya un terme col­lec­tif pour individualiser sa pen­sée :  » Celui qui vient à moi » ; car c’est chaque personne qui doit en­trer en com­mu­nion avec lui  :  » Venez à moi, vous tous qui êtes fatigués et chargés, et je vous donnerai du repos. » (Mt 11, 28)

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Vierter Ostersonntag im Jahr A

Posté par diaconos le 29 avril 2020

Ich bin die Tür des Schafes

Shepherd acting as a door or gate for the sheep in a sheep pen

Aus dem Evangelium von Jesus Christus nach Johannes

Damals sagte Jesus :  » Amen, amen, ich sage euch : Wer den Schafstall betritt, ohne durch die Tür zu gehen, sondern an einen anderen Ort klettert, der ist ein Dieb und ein Bandit. Wer durch die Tür hineingeht, der ist der Hirte, der Hirt der Schafe. Der Portier öffnet sie ihm, und die Schafe hören auf seine Stimme. Und er ruft seine eigenen Schafe beim Namen und bringt sie heraus.

Und wenn er alle seine eigenen Schafe hinausgetrieben hat, geht er an ihre Spitze, und die Schafe folgen ihm, denn sie kennen seine Stimme. Sie werden niemals einem Fremden folgen, sondern sie werden vor ihm fliehen, denn sie kennen die Stimme der Fremden nicht.   » Jesus benutzte dieses Bild, um zu den Pharisäern zu sprechen, aber sie verstanden nicht, worüber er zu ihnen sprach. Deshalb sagte Jesus noch einmal : « Amen, amen, ich sage euch : Ich bin die Tür der Schafe.

Alle, die vor mir gekommen sind, sind Diebe und Räuber ; aber die Schafe haben nicht auf sie gehört. Ich bin die Tür. Wenn jemand durch mich eintritt, wird er gerettet werden ; er wird eintreten können; er wird hinausgehen und Weide finden können. Der Dieb kommt nur, um zu stehlen, um die Kehle durchzuschneiden, um zu zerstören. Ich bin gekommen, damit die Schafe Leben haben, Leben im Überfluss. «  (Joh 10,1-10)

Die falschen Hirten und der wahre Hirte

Dieser Diskurs steht in engem Zusammenhang mit den Worten und Taten Jesu. Das Verhalten der Juden, die den Eindruck, den die Heilung des blinden Mannes hervorrief, entweder durch Leugnen des Wunders oder durch Verfolgung des Geheilten aufheben wollten, zwang Jesus, ihnen strenge Wahrheiten über ihre eigene Blindheit zu sagen :  » Dann sagte Jesus : ‘Ich bin zum Gericht in diese Welt gekommen, damit die, die nicht sehen, sehen können, und damit die, die sehen, blind werden können. Und einige der Pharisäer, die bei ihm waren, als sie diese Worte hörten, sprachen zu ihm: Sind auch wir blind? Jesus antwortete ihnen : « Wenn ihr blind wärt, hättet ihr keine Sünde. Nun aber sagt ihr: « Wir sehen. Darum bleibt eure Sünde bestehen. «   (Joh 9 ,39-41)

Jesus bemühte sich dann, diesen stolzen Verfolgern das Gefühl zu geben, dass sie als Führer des Volkes nicht weniger schuldig waren als als Einzelpersonen. Seine ersten Worte waren feierlich : « Wahrlich, wahrlich, wahrlich.  » Diese schöne Allegorie, die Jesus aus den pastoralen Sitten des Ostens entlehnt hatte, war seinen Zuhörern vertraut. Um ihre Herden vor wilden Tieren oder Dieben zu schützen, versammelten die Hirten sie auf freiem Feld, in einer Falte unter freiem Himmel, umgeben von einer Mauer.

Dort wurde ein Tor aufgestellt, und ein gut bewaffneter Diener stand am Tor Wache und ließ nur die ihm bekannten Hirten eintreten. Am Morgen kamen diese Hirten, jeder rief seine eigenen Schafe, die ihm, seine Stimme kennend, auf die Weide folgten. In seiner Ansprache erklärte Jesus die geistige Bedeutung, die er den verschiedenen Merkmalen dieser Allegorie beimaß.

Am Anfang des Gleichnisses werden die Anwendungen angedeutet, die Jesus von den beiden Hauptmerkmalen machte: der Tür und dem rechtmäßigen Hirten. Die Tür stellt Jesus selbst dar; und der Hirte kann kein anderer als der gute Hirt sein; von ihm allein kann man mit Wahrheit sagen, dass die Schafe ihm gehören und dass er sie beim Namen ruft: « Mein Knecht David wird ihr König sein, und sie werden alle einen Hirten haben. Sie sollen in meinen Satzungen wandeln und meine Gebote halten und sie tun »  (Ez 35, 24)

Die Tür, durch die jeder wahre Schafhirte eintreten muss, stellt nicht nur die göttliche Autorität dar, die den legitimen Zugang zur Herde ermöglicht, sondern Jesus. Die wahren Führer des Volkes Gottes können nur durch ihn in ihre Berufung eintreten ; er ist es, der sie fähig macht und sie dazu aufruft; er ist es, der eine innige Beziehung zwischen ihnen und den Schafen herstellt. Die Pharisäer, die unabhängig von ihm waren, Ungläubige und Feinde seiner Wahrheit, waren ganz anders, indem sie sich selbst als Führer des Volkes Gottes anmaßten.

Wer durch Jesus eintritt, ist ein Hirte der Schafe, im Gegensatz zu einem Räuber und Dieb. Es ist anders, als Jesus damit begann, auf die Bedingungen hinzuweisen, die jeder Schafhirte erfüllen muss, um zu zeigen, dass die Führer des Volkes Diebe waren, wobei sein Gedanke über die Allgemeinheit hinausging und sich an den einzig wahren Hirten hängte. Der Portier ist der bewaffnete Diener, der den Eingang zur Herde bewacht. Da Jesus dieses Merkmal der Ähnlichkeit nicht interpretierte, wollten die Exegeten sein Schweigen wettmachen.

So sahen einige in diesem Portier Gott : « Niemand kann zu mir kommen, es sei denn, dass der Vater, der mich gesandt hat, ihn zieht, und ich werde ihn am letzten Tag auferwecken.  » Es gibt einige, die den Heiligen Geist gesehen haben, der den Eingang zu seinem Reich öffnet ; andere den Heiligen Geist, der die Herzen darauf vorbereitet ; wieder andere Mose, der durch das Gesetz den Weg für das Evangelium öffnet : « Denn wenn ihr Mose glaubt, werdet ihr mir glauben, denn er hat von mir geschrieben » (Joh 6, 44); andere Christus selbst; wieder andere Johannes der Täufer, der Vorläufer Jesu.

Ein bewundernswertes Bild einer intimen, vertrauensvollen und liebevollen Beziehung zwischen dem Hirten und den Schafen :  » (Joh 6, 44) Sobald er die Herde betritt, ruft er seine Schafe beim Namen; er weiß, er nennt jedes einzelne von ihnen : Da sagte Jesus zu ihr :  » Maria !  » Sie drehte sich um und sagte zu ihm auf Hebräisch : « Rabboni !  » Sie hören seinerseits seine Stimme, und weil sie seine Stimme kennen, folgen sie ihm gehorsam.

Durch seinen Ruf würde der Hirte die Schafe aussortieren ; diejenigen, die seine Stimme hören, würden die lebenden Mitglieder der Herde repräsentieren : der Ausgang der messianischen Herde aus dem theokratischen, dem Verderben geweihten Gehege. In jedem wahren Jünger Jesu gibt es eine Unterscheidung der Geister, die ihn sofort ein Wort, eine Lehre, einen Tonfall, eine Handlungsweise erkennen lässt, die dem Charakter des wahren Hirten entgegengesetzt ist.

Was Jesu Zuhörer nicht verstanden, waren nicht die einfachen und klaren Begriffe, die er benutzte, sondern die geistigen und moralischen Dinge, die er lehren wollte. Sie konnten und wollten sie nicht verstehen, denn ihre Blindheit machte sie unfähig, solche Wahrheiten zu erfassen.

Das war es, was die Gegner weder verstehen noch glauben wollten ; dass Jesus Christus die Tür der Schafe ist, durch die nur wahre Hirten und die Schafe selbst eintreten. Jesus sprach weder von Mose noch von den Propheten, deren Autorität er in vielen Worten des Evangeliums anerkannte. Jesus sprach nur von den gegenwärtigen Herrschern der Theokratie, an die sich dieser Diskurs richtete und die er bereits in den Worten der Großmütter zu Beginn dieses Auszugs bezeichnet hatte. Verdienten sie nicht die Beinamen der Diebe und Räuber, jener Männer, die das Volk Gottes ergriffen hatten, um es von seiner Tyrannei zu unterdrücken ?

Die Schafe waren nicht nur die frommen Seelen, die sich weigerten, auf die Pharisäer und Schriftgelehrten zu hören, sondern ganz allgemein die armen und leidenden Klassen des Volkes, für die diese Männer weder Herz noch Mut hatten und die sich verlassen fühlten wie Schafe ohne Hirten : « Als er die Menge sah, war er von Mitleid mit ihnen bewegt, denn sie waren schmachtend und niedergeschlagen, wie Schafe ohne Hirten.  » (Mt 9, 36) und zitterte vor Angst vor der Unterdrückung durch ihre Herrscher :  » Seine Eltern sprachen so, weil sie Angst vor den Juden hatten. In der Tat hatten sie bereits zugestimmt, all jene aus ihren Versammlungen auszuschließen, die öffentlich erklären würden, dass Jesus der Christus ist. (Joh 9, 22)

Jesus ist die Tür. Wenn jemand durch ihn in den Schafstall eintritt, wenn er durch ihn die Versöhnung mit Gott und den Zugang zu seinem Reich erlangt, sind dies die unermesslichen Güter, die er genießen wird : er wird gerettet werden, er wird Schutz und Sicherheit finden: er wird vor dem ewigen Heil gerettet werden. Dann wird er ein- und ausgehen, ein hebräischer Ausdruck, der die freie Benutzung einer Wohnung bedeutet, die man nach Belieben betritt und verlässt, wo man sich zu Hause fühlt,

Wieder einmal brachte Jesus den Kontrast zwischen dem Dieb, der nur Gedanken an Ungerechtigkeit, Mord und Zerstörung hatte, und sich selbst, der die Quelle des Lebens, des ewigen Lebens, war, das er ihnen in Fülle vermitteln kann und will, zum Vorschein. Durch diese Bekräftigung seines unendlichen Mitleids und seiner Liebe zu den Schafen bereitete Jesus die Offenbarung vor, die er gab, indem er sich selbst als den guten Hirten darstellte, einen Vergleich, den er entwickelte, indem er ihn mit dem Bild des Söldners kontrastierte.

Diakon Michel Houyoux

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Predigt P. Rauch SJ : « Auch ich verurteile dich nicht. »

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