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Trentesimo domenica del tempo ordinario – Anno A

Posté par diaconos le 10 novembre 2020

Siete stati fedeli per alcune cose, vi affiderò molto

La parabola dei talenti

La parabola dei talenti

 # La parabola è un racconto che attraverso comparazioni e similitudini, oppure allegorie, rivela un insegnamento morale o religioso. La parabola dei talenti è una parabola di Gesù narrata nel Vangelo secondo Matteo 25,14-30; una parabola simile, detta parabola delle mine, si trova nel Vangelo secondo Luca 19,12-27. La parabola parla di un signore che parte per un viaggio e affida i suoi beni ai suoi servi. A un servo affida cinque talenti, a un secondo due talenti e a un terzo un talento. I primi due, sfruttando la somma ricevuta, riescono a raddoppiarne l’importo; il terzo invece va a nascondere il talento ricevuto e lo sotterra. Quando il padrone ritorna apprezza l’operato dei primi due servi e condanna, invece, il comportamento dell’ultimo. Parabola delle mine : In questa parabola il padrone è un principe che deve partire per ricevere l’incoronazione e affida ai suoi servi importi uguali. Un’altra differenza è che la mina aveva un valore molto più piccolo del talento.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo

In quel tempo Gesù raccontava ai suoi discepoli questa parabola : « Era come un uomo in viaggio: chiamava i suoi servi e affidava loro i suoi beni.  A uno ha dato la somma di cinque talenti, ad altri due talenti, al terzo un solo talento, a ciascuno secondo la sua capacità. Poi se n’è andato. Immediatamente colui che aveva ricevuto i cinque talenti se ne andò e se ne servì, e ne vinse altri cinque.

Allo stesso modo, colui che aveva ricevuto due talenti ne ha guadagnati altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto solo uno andò a scavare la terra e nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo, il padrone di quei servi tornò e chiese loro un conto. Colui che aveva ricevuto cinque talenti venne da lui e gliene presentò altri cinque e disse : « Signore, mi hai affidato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque.

E il suo padrone gli disse : « Molto bene, servo buono e fedele, sei stato fedele per poche cose, te ne darò molte; entra nella gioia del tuo signore ». E colui che aveva ricevuto due talenti venne e disse : « Signore, mi hai dato due talenti, ed ecco, ne ho guadagnati altri due ». E il suo padrone gli disse : « Molto bene, servo buono e fedele, sei stato fedele per poche cose, te ne darò molte; entra nella gioia del tuo signore ».

E colui che aveva ricevuto un talento si avvicinò e disse : « Signore, sapevo che sei un uomo duro: raccogli dove non hai seminato, raccogli dove non hai seminato, raccogli dove non hai seminato, raccogli dove non hai sparso il grano ». Avevo paura, e sono andato a nascondere il tuo talento nel terreno. Ed eccola qui. Hai quello che è tuo ».

Il suo padrone rispose : « Tu, pigro e malvagio servitore, sapevi che io raccolgo dove non ho seminato. Sapevi che raccolgo dove non ho seminato. Sapevi che raccolgo dove non ho seminato. Sapevi che raccolgo dove non ho seminato. Sapevi che raccolgo dove non ho seminato. Così ho dovuto mettere i miei soldi in banca e quando sono tornato li avrei trovati con gli interessi. Toglietegli quindi il suo talento, e datelo a chi ne ha dieci.

A colui che ha, sarà dato di più e sarà in abbondanza; ma colui che non ha nulla, avrà anche ciò che gli è stato tolto. Ma il servo buono a nulla sarà gettato nelle tenebre esteriori, dove piangerà e digrignerà i denti » (Mt 25,14-30).

Non abbiate paura !

La parabola dei talenti, come tante altre, tratta del Regno di Dio e del ritorno di Cristo. L’essenziale è prepararsi all’incontro ed essere sempre pronti ad accogliere chi viene come un ladro nella notte. Ci sono « talenti » e « talenti ».

I talenti sono quelle doti naturali che tutti hanno ; sono quelle capacità speciali che tutti noi abbiamo di fare straordinariamente questa o quella cosav : questo è un pittore di talento, ma guarda questo, è un giovane talento; ma ai tempi di Gesù un talento era un lingotto d’argento o d’oro del valore di seimila denari, una somma enorme : l’equivalente dello stipendio di seimila giorni di lavoro ; cioè lo stipendio di più di sedici anni di lavoro !

Questi talenti affidati ai servi, a ciascuno secondo le sue capacità, e senza particolari istruzioni, dal padrone che parte per un viaggio, li lasciano ad affrontare la loro responsabilità. I conti saranno dovuti al ritorno del padrone. Il Maestro è partito per un viaggio e, dopo averci affidato tutti i suoi beni, è Dio, naturalmente. E la ricompensa è quella di condividere il suo Regno : « Entra nella gioia del tuo Maestro ».

La storia dei talenti è prima di tutto la storia della paura. E le paure che tutti noi abbiamo. La prima cosa da fare è ammetterlo a se stessi. Avendo preso coscienza di ciò, c’è motivo di agire, ci dice Cristo. A furia di paura, rischiamo di non fare più nulla a immagine e somiglianza dell’uomo che aveva un solo talento: « Avevo paura, e sono andato a seppellire il tuo talento nella terra. Eccolo qui. Hai quello che è tuo. « Quest’uomo mancava di audacia e di fiducia. Non si è assunto la responsabilità.

Non siamo su questa terra per sopportare la vita, ma per viverla al massimo, e per farlo, a volte ci sono dei rischi da correre. Quest’uomo pretende di saper distinguere tra il buono e il cattivo e, per lui, il padrone è cattivo : « Padrone, io sapevo che sei un uomo duro, raccogli dove non hai seminato, raccogli dove non hai sparso il grano. Avevo paura. «   È lì, in ognuno di noi, che può avvenire l’inizio del fallimento e della sfortuna.

Credere che Dio sia veramente Amore, questa è la sfida che ci viene proposta. Crederci e quindi uscire dalla paura che ci sterilizza. Cerchiamo di individuare le paure che ci fanno prendere Dio per un duro padrone. Una delle maggiori sfide della nostra vita è il passaggio dalla paura alla fede, anche quando, come Gesù in croce, siamo attaccati dal peggio. Ecco perché gli incontri di Gesù con i suoi discepoli iniziano così spesso con : « Non abbiate paura »

 Chi ha paura, seppellisce la propria vita perché ha troppa paura di perderla. Ora, ci è stata data una sola vita, non manchiamola. Vale la pena di vivere appieno. Non fare nulla, per non essere biasimati… è proprio di questo che saremmo biasimati, e piuttosto severamente : « Quanto a quel servo buono a nulla, buttatelo fuori nell’oscurità; ci saranno pianti e digrigni di denti ! »

Tutti noi abbiamo capacità, talenti. Cosa ne facciamo di loro ? Li usiamo per soddisfare il nostro egoismo, per i nostri interessi personali ? O per onorare il Signore nella conservazione e nello sviluppo del nostro ambiente, per servire il Signore negli altri, in coloro che ci circondano, in coloro che stanno peggio di noi ?

Se agiamo in questo modo, facciamo fruttificare i talenti che il Signore ci ha dato, riempiamo fino all’orlo la nostra brocca personale. E quando il Signore tornerà, potremo dirgli in tutta verità : « Ecco, Signore, con le mie capacità e con i doni della tua creazione, ti presento ciò che ne ho fatto; ho fatto del mio meglio e ho fatto tutto ciò che potevo: te lo offro come un bel dono. «  E il Signore ci dirà : « Vieni, servo buono e fedele, entra nel mio regno di luce ». 

Il diacono Michel Houyoux

Link ad altri siti web cristiani

◊ Monsignore Joào S. Clá Dias : clicca qui per leggere l’articolo → XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

◊  Qumran  : clicca qui per leggere l’articolo → Testi – XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Commento da parte Don Giorgio Zevini, decano emerito della Facoltà di Teologia dell’UPS

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Tu as été fidèle pour peu de choses, je t’en confierai beaucoup

Posté par diaconos le 9 novembre 2020

Image du Blog jesus83marie.centerblog.net

# La parabole illustre l’obligation pour les chrétiens de ne pas gâcher leurs dons reçus de Dieu et de s’engager, même s’il y a risque, à faire grandir le royaume de Dieu Le Frère Élie, décrivit ce que cette parabole ne cache qu’à demi-mot : un jugement sera.prononcé, un jugement de salut sur ceux à qui le Seigneur confia dons et talents à faire fructifier durant son absence. Cette parabole de Jésus oriente notre attention sur le temps qui s’étend entre son ascension au ciel et son retour dans la gloire. À chacun de donner selon ses aptitudes afin d’aider son prochain. Cependant, Frère Élie alla plus loin : pour lui l’homme ici est le Christ, son retour sera alors le temps du jugement dernier. Selon saint Jean Chrysostome, il faut par ce mot de talent entendre tout ce qui peut contribuer à l’avantage de son frère, soit en le soutenant, soit en l’aidant de son argent, soit en l’assistant de ses conseils par un échange fructueux de parole, en lui rendant tous les autres services qu’on est capable de lui rendre. Rien n’est si agréable à Dieu que de sacrifier sa vie à l’utilité publique de tous ses frères. Le troisième serviteur, devant son raté, aurait pu se présenter au maître, au lieu de l’insulter, en demandant pardon. La seule solution est de consentir à ce que Dieu donne..

De l’Évangile de Jésus Christ selon saint Matthieu

En ce temps-là, Jésus disait à ses disciples cette parabole : « C’est comme un homme qui partait en voyage : il appela ses serviteurs et leur confia ses biens.  À l’un il remit une somme de cinq talents, à un autre deux talents, au troisième un seul talent, à chacun selon ses capacités. Puis il partit. Longtemps après, le maître de ces serviteurs revint et il leur demanda des comptes. Celui qui avait reçu cinq talents s’approcha, présenta cinq autres talents et dit : ‘Seigneur, tu m’as confié cinq talents ; voilà, j’en ai gagné cinq autres.’ Son maître lui déclara : ‘Très bien, serviteur bon et fidèle, tu as été fidèle pour peu de choses, je t’en confierai beaucoup ; entre dans la joie de ton seigneur.’ » (Mt 25, 14-15.19-21)

La parabole des talents

Le royaume des cieux est comparé à ce que fit un homme qui, s’en allant en voyage, remit ses biens à ses serviteurs. Il donna à l’un cinq talents, à l’autre deux, à l’autre un. Celui qui eut reçu cinq talents se mit à l’œuvre et en gagna cinq autres ; de même aussi celui qui en eut reçu deux. Mais celui qui n’en eut reçu qu’un talent, l’eut enfoui dans la terre.

Longtemps après, le maître revint et fit rendre compte à ses serviteurs. Celui qui eut reçu cinq talents en produisit cinq autres qu’il eut gagnés ; de même aussi celui qui en eut reçu deux. Alors le maître, louant leur fidélité, les admit à partager sa joie. Mais celui qui n’eut reçu qu’un talent vint et dit :  » Seigneur, je savais que tu es un homme dur et injuste ; j’ai craint et j’ai enfoui ton talent dans la terre : voici ce qui est à toi. Mais son maître lui répondit : « Méchant serviteur, si tu savais que je suis un homme dur et injuste, tu devais remettre mon argent à d’autres, qui me l’auraient rendu avec intérêt. Ôtez-lui le talent, donnez-le à celui qui en a dix, et jetez le serviteur inutile dans les ténèbres du dehors ».

Ce propriétaire ne revint qu’après un long temps, ayant laissé à ses serviteurs le temps nécessaire pour leur travail. Ce retour du maître représente la seconde venue du Sauveur : Jésus ne l’annonça pas dans un avenir ; il en laissa le moment inconnu. Les cinq talents confiés ne furent pas peu de chose ; mais le maître les désigna ainsi en comparaison de ce qu’il confiera encore de ses immenses richesses à ce serviteur qui se montra bon et fidèle.

Que signifie dans la parabole, ce mot : la joie de ton seigneur ? Les uns pensèrent à la satisfaction que le maître éprouva au sujet de ce bon serviteur, d’autres à quelque banquet ou quelque fête qu’il voulut instituer pour célébrer son retour. Le plus naturel fut d’admettre qu’ici Jésus passa tout à coup de l’image à la réalité, et que cette joie, ce fut la félicité et la gloire dont il jouit, et dans laquelle, il introduisit son fidèle serviteur. L’approbation et la récompense furent exactement les mêmes pour les deux talents gagnés que pour les cinq. Jésus ne les mesure pas à la grandeur des dons confiés, mais à la fidélité.

Diacre Michel Houyoux

Liens avec d’autres sites chrétiens sur Internet

◊ Le temple du Seigneur : cliquez ici pour lire l’article →  Fête de la Dédicace de la basilique du Latran (9 novembre)

◊ Regnum Christi :  : cliquez ici pour lire l’article → Tu  as été fidèle pour peu de choses, je t’en t’en confierai beaucoup

Monseigneur Cattenoz : « Tu as été fidèle pour peu de choses, entre dans la joie »

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XXXème dimanche du Temps Ordinaire — Année A

Posté par diaconos le 9 novembre 2020

Tu as été fidèle pour peu de choses, je t’en confierai beaucoup

 

XXXème dimanche du Temps Ordinaire — Année A dans La messe du dimanche FR-Evangile-Illustre-2018-09-01-web-2019-08-31

De l’Évangile de Jésus Christ selon saint Matthieu

En ce temps-là, Jésus disait à ses disciples cette parabole : « C’est comme un homme qui partait en voyage : il appela ses serviteurs et leur confia ses biens.  À l’un il remit une somme de cinq talents, à un autre deux talents, au troisième un seul talent, à chacun selon ses capacités. Puis il partit. Aussitôt,  celui qui avait reçu les cinq talents s’en alla pour les faire valoir et en gagna cinq autres.
De même, celui qui avait reçu deux talents en gagna deux autres. Mais celui qui n’en avait reçu qu’un alla creuser la terre et cacha l’argent de son maître. Longtemps après, le maître de ces serviteurs revint et il leur demanda des comptes.
Celui qui avait reçu cinq talents s’approcha, présenta cinq autres talents et dit : ‘Seigneur, tu m’as confié cinq talents ; voilà, j’en ai gagné cinq autres.’ Son maître lui déclara : ‘Très bien, serviteur bon et fidèle, tu as été fidèle pour peu de choses, je t’en confierai beaucoup ; entre dans la joie de ton seigneur.’   Celui qui avait reçu deux talents s’approcha aussi et dit : ‘Seigneur, tu m’as confié deux talents ; voilà, j’en ai gagné deux autres.’ Son maître lui déclara : Très bien, serviteur bon et fidèle, tu as été fidèle pour peu de choses, je t’en confierai beaucoup ; entre dans la joie de ton seigneur.’ Celui qui avait reçu un seul talent s’approcha aussi et dit : ‘Seigneur, je savais que tu es un homme dur : tu moissonnes là où tu n’as pas semé, tu ramasses là où tu n’as pas répandu le grain. J’ai eu peur, et je suis allé cacher ton talent dans la terre. Le voici. Tu as ce qui t’appartient.’
Son maître lui répliqua : ‘Serviteur mauvais et paresseux, tu savais que je moissonne là où je n’ai pas semé, que je ramasse le grain là où je ne l’ai pas répandu. Alors, il fallait placer mon argent à la banque ; et, à mon retour, je l’aurais retrouvé avec les intérêts. Enlevez-lui donc son talent et donnez-le à celui qui en a dix.
À celui qui a, on donnera encore, et il sera dans l’abondance ; mais celui qui n’a rien se verra enlever même ce qu’il a. Quant à ce serviteur bon à rien, jetez-le dans les ténèbres extérieures ; là, il y aura des pleurs et des grincements de dents !’ »  (Mt 25, 14-30)

N’ayez pas peur !

La parabole des talents, comme tant d’autres, traite du Royaume de Dieu et du retour du Christ. L’essentiel est de se préparer à la rencontre et d’être toujours prêt pour accueillir celui qui vient comme un voleur dans la nuit. Il y a « talents » et « talents »

Les talents sont ces dons naturels que chacun a ; ce sont ces aptitudes particulières que nous avons tous à faire remarquablement telle ou telle chose : celui-ci est un peintre de talent mais vois celui-là, c’est un jeune talent. ; mais au temps de Jésus, un talent était un lingot en argent ou en or qui valait six mille deniers, une somme énorme : l’équivalent du salaire de six mille journées de travail ; soit, le salaire de plus de seize d’années de labeur ! Ces talents confiés aux serviteurs, à chacun selon ses capacités, et sans consignes particulières, par le maître qui part en voyage, les laissent devant leur responsabilité. Les comptes seront à rendre au retour du maître.

Le Maître partit en voyage et nous ayant confié tous ses biens c’est Dieu, bien sûr. Et la récompense c’est d’avoir part à son Royaume : « Entre dans la joie de ton Maître.  » L’histoire des talents est d’abord et avant tous l’histoire d’une peur. Et des peurs, nous en avons toutes et tous. La première chose à faire, est d’abord de se l’avouer. Ayant pris conscience de celle-ci, il y a lieu d’agir nous dit le Christ. À force d’avoir peur, nous risquons de ne plus rien faire à l’image de l’homme qui n’avait qu’un seul talent : « J’ai eu peur, et je suis allé enfouir ton talent dans la terre. Le voici. Tu as ce qui t’appartient. » Cet homme a manqué d’audace et de confiance. Il n’a pas pris ses responsabilités.

Nous ne sommes pas sur terre pour subir la vie mais pour la vivre à fond et pour ce faire, il y a parfois des risques à prendre. Cet homme prétend savoir distinguer le bon et le mauvais et, pour lui, le maître est mauvais : « Maître, je savais que tu es un homme dur, tu moissonnes là où tu n’as pas semé, tu ramasses là où tu n’as pas répandu le grain. J’ai eu peur. » C’est bien là, en chacun de nous, que peut se tenir le commencement de l’échec et du malheur.

Croire que Dieu est vraiment Amour, tel est le défi qui nous est proposé. Le croire et par conséquent sortir de la peur qui nous stérilise. Essayons d’identifier les peurs qui nous font prendre Dieu pour un maître dur. L’un des enjeux majeurs de notre vie est le passage de la peur à la foi, même quand, comme Jésus mis en croix, nous sommes agressés par le pire. C’est bien pour cela que les rencontres de Jésus avec ses disciples commencent si souvent par : « N’ayez pas peur « 

Quiconque a peur, enterre sa vie parce qu’il a trop peur de la perdre. Or, une seule vie nous a été donnée, ne passons pas à côté de celle-ci. Elle vaut tellement la peine d’être vécue en plénitude. Ne rien faire, de façon à ce qu’on n’ait rien à nous reprocher… c’est justement cela qui nous serait reproché, et plutôt sévèrement : « Quant à ce serviteur bon à rien, jetez-le dehors dans les ténèbres ; là il y aura des pleurs et des grincements de dents ! »

Nous avons tous des capacités, des talents. Qu’en faisons-nous ? Les utilisons-nous pour satisfaire notre égoïsme, pour nos intérêts personnels ? Ou bien pour honorer le Seigneur dans la préservation et le développement de notre environnement, pour servir le Seigneur dans les autres, ceux qui nous entourent, ceux qui sont plus mal pris que nous ?

S i nous agissons de cette façon, nous faisons fructifier les talents que le Seigneur nous a donnés, nous remplissons notre cruche personnelle jusqu’au bord. Et, quand le Seigneur reviendra, nous pourrons lui dire en toute vérité : « Voilà, Seigneur, avec mes capacités et avec les dons de ta création, je te présente ce que j’en ai fait ; j’ai agi de mon mieux et j’ai fait tout mon possible : je te l’offre comme un beau cadeau. » Et le Seigneur nous dira : «  Viens, bon et fidèle serviteur ; entre dans mon royaume de lumière. « 

Diacre Michel Houyoux

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◊ Puiser à la source : cliquez ici pour lire l’article → 33ème dimanche du temps ordinaire de l’année A

◊ La Croix cliquez ici pour lire l’article → 33ème dimanche du temps ordinaire de l’année A

Prédication du Pasteur  Marc Pernot au temple de Champel : « La parabole des talents. Quel talent ? »

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XXXII Sonntag der gewöhnlichen Zeit im Jahr A

Posté par diaconos le 8 novembre 2020

Gleichnis von den zehn Jungfrauen

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# Die zehn Jungfrauen oder die törichten Jungfrauen und die klugen Jungfrauen ist ein Gleichnis aus dem Matthäusevangelium. Es gehört zum Sondergut dieses Evangeliums. Es ist ein Bild für den Ruf Jesu Christi, den Prinzipien der Treue zu seinem Wort, der Barmherzigkeit und der Nächstenliebe zu folgen, um nach dem Tod das Reich Gottes zu gewinnen und nicht die Verdammnis in der Hölle. Öl ist in der Tat Barmherzigkeit (im Griechischen sind das Wort « Öl » und das Wort « Barmherzigkeit » homophon.) Jungfrauen werden als « töricht » bezeichnet, weil sie einen mächtigen Feind besiegt haben, der fleischliche Liebe ist, es aber nicht geschafft haben, einen schwächeren Feind zu besiegen, der Mangel an Barmherzigkeit ist, erklärt Johannes Chrysostomus in seiner 12. Die Gefäße sind unsere Herzen, und das Öl ist die innere Ausstrahlung der Herrlichkeit, höre die Tugenden, so Gregor der Große. Für Gregor den Großen sind sie das Symbol der lebendigen Kirche, in der sich die Weisen und die weniger Weisen versammeln. In seiner Predigt 78 bringt Johannes Chrysostomus diese Bibelstelle dem Gleichnis von den Talenten näher; sie muss Frucht bringen… und mein Vater (der Weinbauer) wird verherrlicht werden: um aus dem Evangelium nach Johannes Kapitel 15 zu zitieren: Viele gotische Kathedralen enthalten Darstellungen des Gleichnisses in Form von Skulpturen.

Die Ehe wurde mit dem Königtum Gottes verglichen. Der Schlüsselmoment war die Plötzlichkei ; die zehn Jungfrauen mussten wach bleiben, um auf den Bräutigam zu warten. Das Gleichnis zeigte die harte Realität einer patriarchalischen Gesellschaft: Töchter, die den Erwartungen der Gesellschaft nicht entsprachen, wurden ausgeschlossen. Einige Exegeten zitierten, wie Frauen Anspruch auf das Reich Gottes haben. Der Mensch steht damit nicht allein; andere schlossen sich dem Anstoß der Erneuerungsbewegungen an und wiesen darauf hin, dass das Gleichnis als Entrückung der Gläubigen und ihre eschatologische Vereinigung mit Jesus Christus interpretiert werden könnte. Die Menschen waren damit nicht allein; andere schlossen sich den Impulsen der Erweckungsbewegungen an und wiesen darauf hin, dass das Gleichnis als Entrückung der Gläubigen und ihre eschatologische Vereinigung mit Jesus Christus interpretiert werden könne. Das Gericht über die Juden nach der Zeit der Großen Trübsal wurde beschrieben, bevor Jesus mit seiner Braut, der Kirche, zurückkehrte, um in das Königreich einzutreten.

Aus dem Evangelium nach dem heiligen Matthäus

 Jesus sprach zu seinen Jüngern über sein Kommen und sagte dieses Gleichnis : « Das Himmelreich wird mit jungen Mädchen verglichen werden, die zu einem Hochzeitsmahl eingeladen sind, die ihre Lampen nahmen und dem Bräutigam entgegengingen. Fünf von ihnen waren töricht, und fünf waren weitsichtig: Die Törichten nahmen ihre Lampen ohne Öl mit, während die Weitsichtigen Öl mit ihren Lampen nahmen. Und als der Bräutigam zu spät kam, schliefen sie alle ein und schliefen ein. »

Mitten in der Nacht ertönte ein Schrei: « Siehe, der Bräutigam! Kommen Sie ihm entgegen! « . Dann wachten all diese jungen Mädchen auf und bereiteten ihre Lampen vor. Die törichten fragten die klugen Frauen: « Gebt uns etwas von eurem Öl, denn unsere Lampen gehen aus », und die weisen Frauen antworteten ihnen : « Es wird nie genug für uns und für euch sein; geht und holt es stattdessen bei den Händlern. »

Während sie welche kaufen wollten, traf der Bräutigam ein. Diejenigen, die bereit waren, betraten mit ihm den Hochzeitssaal, und die Tür wurde geschlossen. Später kamen die anderen Mädchen ihrerseits und sagten : « Herr, Herr, öffne uns! ». Er antwortete ihnen: « Amen, ich sage euch, ich kenne euch nicht ». Seht also zu, denn ihr wisst weder den Tag noch die Stunde ! »

Autorin +FATHER MARIE LANDRY C+MPS

Seht also zu, denn ihr wisst weder den Tag noch die Stunde… Herr, du weißt alles, du weißt, dass ich dich liebe. Danke für das Leben, danke für den Glauben, danke für die Liebe. Helfen Sie mir, für einen Moment inmitten der Aktivitäten zu schweigen, um mich Ihnen von Angesicht zu Angesicht gegenüber zu finden. Wie Moses vor dem brennenden Busch lasse ich meine Sandalen des täglichen Spaziergangs zurück und stelle mich mit Einfachheit in Ihre Gegenwart.

Heute sind wir eingeladen, über das Ende unserer Existenz nachzudenken, es ist eine Warnung des Guten Herrn für unser endgültiges Ende, also lassen Sie uns nicht mit unserem Leben spielen. « Das Himmelreich wird sein wie junge Mädchen, die zu einer Hochzeit eingeladen sind, die ihre Lampen nehmen und dem Bräutigam entgegengehen » (Mt 25,1). Das Ende eines jeden Menschen wird davon abhängen, welchen Weg er oder sie eingeschlagen hat; denn der Tod ist die Folge des Lebens – ob klug oder töricht -, das in dieser Welt gelebt wurde.

Die törichten Mädchen sind diejenigen, die die Botschaft Jesu zwar gehört, aber nicht in die Praxis umgesetzt haben. Das Gleichnis ist eine sehr ernst zu nehmende Mahnung : « So wachet nun, denn ihr wisst weder den Tag noch die Stunde » (Mt 25, 13).

Lassen wir das Licht des Glaubens nicht verlöschen, denn jeder Augenblick kann der letzte sein. Das Königreich ist hier. Entzünden Sie Ihre Lampen mit dem Öl des Glaubens, der Brüderlichkeit und der Nächstenliebe. Unsere Herzen, die voller Licht sind, werden uns hier und heute wahre Freude erleben lassen. Auch die Menschen um uns herum werden erleuchtet sein und die Freude über die Anwesenheit des Bräutigams kennen lernen.

Jesus bittet uns, dass uns niemals das Öl für unsere Lampen ausgeht. Deshalb, wenn das Zweite Vatikanische Konzil bei der Auswahl der Bilder der Kirche in der Bibel den Vergleich eines Ehemannes und einer Ehefrau vornimmt und uns sagt : « Christus hat diese Braut geliebt und sich für sie hingegeben, damit er sie heilige (Eph 5,25-26) ; er ist mit ihr in einen unauflöslichen und unzerbrechlichen Bund eingetreten : « Er nährt und umsorgt sie » (Eph 5,29), und nachdem er sie gereinigt hat, wollte er, dass sie ihm in Liebe und Treue vereint und untertan ist.

Du kennst mein Herz, Herr, und du weißt, dass ich in diesem Leben mein Bestes geben will. Aber Sie kennen auch meine Zerbrechlichkeit, die Lebensumstände, die Schwierigkeiten des täglichen Lebens. Kommen Sie mir zu Hilfe ! Lasst diesen Weg, den ich jeden Morgen auf euch zu gehe, nicht ein zusätzliches Gewicht sein, sondern ein Licht und ein inneres Feuer, das meine Schritte und mein Herz leitet und alle Lasten des Tages erhellt, denn ihr seid mit mir.

Beilage

◊ Deacon Michel Houyoux : klicken Sie hier, um den Artikel,zu lesen → Zweiunddreißigster Sonntag in gewöhnlicher Zeit im Jahr A

Links zu anderen Websites von Christen

◊ Dr. Franz Kogler  : klicken Sie hier, um den Artikel,zu lesen →   A – 32. Sonntag im Jahreskreis – dioezese-linz.at

◊ Pfarrnachrichten   : klicken Sie hier, um den Artikel,zu lesen →  32. SONNTAG IM JAHRESKREIS A

Predigt von Lothar Gassmann : « JESU GLEICHNIS VON DEN ZEHN JUNGFRAUEN. »

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