Settima domenica di Pasqua – Anno C

Posté par diaconos le 28 mai 2025

 Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. 11 Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso. 12 Poiché non c'è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l'invocano. 13 Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. 11 Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso. 12 Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano. 13 Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

 # La salvezza dell’anima è uno dei temi fondamentali del cristianesimo. È la porta d’accesso al paradiso. Il suo studio è chiamato soteriologia. Nel cristianesimo, la salvezza è associata a Cristo, che è visto come il redentore dell’umanità; la soteriologia è quindi legata alla cristologia. Nel cattolicesimo, la salvezza è offerta attraverso la grazia, i sacramenti e le buone opere.

Nel protestantesimo e nel cristianesimo evangelico, è offerta dalla fede e dalla sola grazia. Questa nozione copre un’ampia varietà di temi, che sono stati più o meno sviluppati nel corso del tempo. La parola “lavoro” è forte! Indica una volontà, proprio come un musicista potrebbe dire : “sto lavorando alla mia passione”. Questo musicista farà di tutto per essa, per vivere momenti di bellezza. E la vita spirituale ? È la stessa cosa! Non è “cool”, è una salita con i suoi momenti di luce, i suoi dubbi e le sue cadute : “La via della vita è stretta, ma la strada che porta alla a parola “lavoro” è forte ! Indica una volontà, proprio come un musicista potrebbe dire : “sto distruzione è larga” (Mt 7, 13-1) lavorando alla mia passione”.

 Questo musicista farà di tutto per questo, per vivere momenti di bellezza. E la vita spirituale ? È la stessa cosa ! Non è “cool”, è una salita con i suoi momenti di luce, di dubbio e di caduta : “La via della vita è stretta, ma la strada che porta alla distruzione è larga” (Mt 7, 13-14).

 Crediamo in Gesù per essere salvati

Gesù, dopo aver pregato per sé e per i suoi apostoli, abbracciò nella sua supplica tutti coloro che credevano in lui e sarebbero stati salvati. Il mezzo con cui coloro che erano ancora immersi nelle tenebre dell’ignoranza e dell’incredulità furono portati alla fede in Cristo fu la parola degli apostoli. Una testimonianza impressionante data da Gesù.

 Gesù stesso possiede la verità divina e l’autorità della parola apostolica: essa ha il potere di creare nelle anime la fede che le rigenera e le salva. Tutta la Chiesa cristiana ha conosciuto Gesù Cristo e ha creduto in lui solo grazie a questa testimonianza, che manterrà il suo valore fino alla fine dei secoli.

L’oggetto della preghiera di Gesù per la sua Chiesa era l’unione di tutti i suoi membri nella comunione del Padre e del Figlio. Egli pregò Dio di realizzare questa unione in tutti i suoi figli; essi dovevano essere una cosa sola come il Padre e il Figlio sono una cosa sola; dovevano essere uniti tutti insieme a Cristo e, attraverso di lui, a Dio. Da qui questa parola profonda: uno in noi, che eleva tutti i redenti alla gloria eterna che Gesù ha conquistato per loro.

Questa parte della preghiera di Gesù rivela la natura della sua Chiesa. Egli è venuto per unire le anime divise dal peccato, riconciliandole con Dio. Il legame di questa unione è lo stesso che rende l’ineffabile armonia del Padre e del Figlio : “Come tu, Padre, sei in me e io sono in te”.

Ma questa unione, fondata sulla comunione con Dio attraverso Cristo, non deve e non può rimanere invisibile; si manifesta necessariamente all’esterno, ed è proprio questa santa unione delle anime, nella fede e nell’amore, che deve essere per tutti una testimonianza abbagliante che Gesù è l’inviato da Dio.

È soprattutto attraverso questa unione che le anime sono attratte da Cristo e credono in lui. Infatti, fin dai primi tempi della Chiesa, essa era il mezzo di persuasione più potente per il mondo : “Ogni giorno erano tutti insieme nel tempio, spezzavano il pane nelle case e mangiavano il loro cibo con gioia e semplicità di cuore”.

 lodando Dio e trovando il favore di tutto il popolo. E il Signore aggiungeva ogni giorno alla Chiesa quelli che venivano salvati » (At 2, 46-47).

Le esortazioni a mantenere questa unione delle anime nell’amore, che riempiono gli scritti di Giovanni, compaiono frequentemente anche negli scritti dell’apostolo Paolo (Rm 12,4-6; 1 Cor 12,12; Ef 4,1-6; Fil 2,1-5). Gesù, sicuro di essere ascoltato, ricordò ciò che aveva già fatto per elevare i suoi redenti alla perfetta unità che chiedeva per loro. E io, disse : ”ho dato loro la gloria che voi avete dato a me ».

Questa gloria, che gli esegeti hanno cercato di spiegare in tanti modi diversi, non era altro che la gloria eterna che il Figlio di Dio possiede in quanto Figlio e in quanto oggetto dell’amore eterno del Padre, la gloria in cui è entrato. Egli l’ha donata, non solo rivelata o promessa, ma già comunicata ai suoi redenti facendo anche loro oggetto dell’amore di Dio e rendendoli figli del Padre.

Questa gloria è contenuta nella sua interezza nella parola di grazia che hanno ricevuto e che è stata loro assicurata in virtù della fede che li unisce a Gesù. Fino alla fine dei tempi, infatti, essi la possiedono pienamente. Questa gloria, che contiene la vita eterna e implica la comunione con Dio, costituisce necessariamente l’unità che Gesù descrive così magnificamente in queste parole.

Cristo che vive, pensa, ama e agisce nei suoi discepoli, così come il Padre vive, pensa, ama e agisce in lui questa è la perfetta unità delle anime con Cristo e con Dio, e quindi la loro reciproca unità. Gesù Cristo è l’inviato, il rappresentante di Dio stesso sulla terra e, in secondo luogo, che tale amore riversato tra gli uomini non può che essere l’effusione dell’amore di Dio stesso. C’è una profonda rivelazione dell’amore di Dio per tutti in queste parole : “Li hai amati come hai amato me”.

Gesù chiedeva per i suoi la perfetta realizzazione di questa gloria, che aveva già donato alla loro fede con la sua parola Padre, ripetuta con la crescente emozione della sua preghiera. E questa preghiera fu esaudita, perché riguardava coloro che il Padre gli aveva dato, tutti i suoi redenti, e non solo i primi discepoli.

Se i discepoli hanno conosciuto Dio, è stato solo perché Gesù ha fatto conoscere loro il suo nome; e ha fatto risplendere ancora di più questa luce divina nelle loro anime con l’effusione dello Spirito Santo : e io lo farò conoscere loro. Lo scopo tsupremo di tante grazie era che i discepoli fossero resi partecipi dell’ineffabile rapporo d’amore che unisce il Padre e il Figlio, e che la loro comunione con Gesù fosse così completa : “perché io sia in loro”. È con questa grande promessa che Gesù conclude la sua preghiera e che si realizza in tutta l’esperienza e l’opera dei discepoli.

 Nulla li separava dall’amore di Dio in Cristo; Cristo viveva in loro ed essi erano più che vincitori per mezzo di Colui che li amava”. ((Meyer).

Il diacono Michel Houyoux

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Nota Ho insegnato al Collège Saint Stanislas di Mons e in Africa, in Burundi. Potete leggere i miei articoli su Internet: Blog du Diacre Michel Houyoux. Parlo cinque lingue oltre al francese: inglese, italiano, olandese, tedesco e russo. Pubblico quotidianamente in francese e due volte alla settimana in ciascuna delle altre lingue

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Mercredi de la sixième semaine du Temps Pascal

Posté par diaconos le 27 mai 2025

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En ce temps là , Jésus disait à ses disciples  ; « J’ai encore beaucoup de choses à vous dire, mais pour l’instant us dire, mais cEe qu’il aura entendu, il le dira ; et ce qui va venir, il vous le fera connaître Lui me glorifiera, car il recevra ce qui vient de moi pour vous le faire connaître. Tout ce que possède le Père est à moi ; L’Esprit reçoit ce qui vient de moi pour vous le faire connaître. » (Jn 16, 12-15)ur que l’Esprit Puisse convaincre le monde, il faut d’abord qu’il agisse dans les apôtres qui seront les instruments de son action sur le monde. C’est pourquoi après avoir décrit celle-ci, Jésus promet à ses disciples que l’Esprit les conduira dans toute la vérité et complétera l’instruction qu’ils ont reçue de lui.

Les enseignements de Jésus à ses disciples renfermaient toute la vérité divine qu’ils avaient pu comprendre jusqu’alors (Jn 15.15 ; Jn 16.30).

La venue de l’Esprit et son œuvre

Mais les grands développements et les applications diverses de cette vérité qui devaient se réaliser par l’établissement du royaume de Dieu sur la terre leur étaient encore inconnus ; ils ignoraient la naissance et les progrès d’une Église chrétienne qui unirait en un seul corps Juifs et païens. En outre, bien que Jésus leur eût annoncé qu’il devait mourir pour la rédemption du monde (Jn 3, 14-16) et leur eût présenté la foi en lui comme le moyen d’y avoir part, il ne pouvait pas, tant que son œuvre n’était pas achevée, leur enseigner, dans sa plénitude, la grande doctrine de la justification par la foi.

Enfin, les apôtres ne pouvaient alors comprendre ni prévoir les dernières profondeurs de la régénération, du renoncement, de la vie divine en l’homme. Jésus avait donc encore beaucoup de choses à leur dire ; mais ils ne pouvaient les porter ; ce terme est choisi à dessein, « car la vérité tout entière (verset 13) est un pesant fardeau pour celui qui n’est ni assez mûr ni assez fort pour s’en charger. » (Luthardt)

C’est l’Esprit de Dieu qui la révélera aux disciples, tout en les rendant capables de l’embrasser et de l’annoncer à d’autres. Nous possédons, dans les épîtres du Nouveau Testament tout ce que Jésus n’avait pu encore leur enseigner. Le Saint-Esprit glorifiera le Sauveur en plaçant les disciples dans une communion vivante avec lui, en leur révélant et en leur appropriant ainsi tous les trésors de grâce, de vérité, de vie divine, de sainteté, qui sont en lui. C’est ce qu’un apôtre appelle « les richesses incompréhensibles de Christ » et que Jésus nomme ici ce qui est à moi Jn 1, 14 ; Co 1, 19 ; Co 2, 3-9).

Il peut employer cette dernière expression, parce que, dans son unité avec le Père, il peut ajouter : Tout ce que le Père a est à moi (Jn 17, 10). En sorte que toute la révélation de Jésus-Christ et tous les développements de cette révélation par le Saint-Esprit émanent de Dieu même, en son Fils bien-aimé.

«  »L’œuvre de l’Esprit introduisant les apôtres dans la vérité , ne sera que la glorification croissante de Jésus dans les cœurs. Christ, sa parole et son œuvre, voilà le texte unique que l’Esprit commentera dans l’âme des disciples. Il fera, d’un même acte, croître les disciples dans la vérité et grandir Jésus en eux. Pour l’intelligence de ce mot glorifier, comparer l’expérience admirablement décrite par saint Paul. » (2 Co 3, 17-18) ( Godet)

Diacre Michel Houyoux

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Septième dimanche de Pâques – Année C

Posté par diaconos le 26 mai 2025

 

Le mot ‘travailler’ est fort ! Il indique une volonté, comme un musicien pourra dire ‘je travaille ma passion’. Ce musicien fera tout pour elle, pour connaître des moments de beauté. Quid de la vie spirituelle ? C’est la même chose ! Ce n’est pas ‘cool’, c’est une montée avec ses moments de lumière, de doute, de chutes : « Il est étroit le chemin de la vie, il est large le chemin qui mène à la perdition » (Matthieu 7, 13-14)

Le mot ‘travailler’ est fort ! Il indique une volonté, comme un musicien pourra dire ‘je travaille ma passion’. Ce musicien fera tout pour elle, pour connaître des moments de beauté. Quid de la vie spirituelle ? C’est la même chose ! Ce n’est pas ‘cool’, c’est une montée avec ses moments de lumière, de doute, de chutes : « Il est étroit le chemin de la vie, il est large le chemin qui mène à la perdition » (Matthieu 7, 13-14)

# Le Salut de l’âme est l’un des thèmes fondamentaux du christianisme. Il permet l’accès au paradis. Son étude se nomme la sotériologie. Le Salut, dans le christianisme, est associé au Christ, considéré comme le rédempteur de l’humanité ; ainsi la sotériologie est-elle liée à la christologie. Dans le catholicisme, il est offert par la grâce, les sacrements et les bonnes œuvres.

Dans le protestantisme et le christianisme évangélique, il est offert par la foi et la grâce seulement. Cette notion recouvre une grande variété de thèmes, qui ont été plus ou moins développés selon les périodes de l’histoire et selon les confessions chrétiennes..

Au IIe siècle, Clément d’Alexandrie, l’un des premiers chrétiens à maîtriser la philosophie classique antique, utilisa de nombreuses images pour décrire le salut apporté par le Christ. Il utilisa celle de la lumière qui donne l’intelligence, ou de la musique qui adoucit les cœurs. Au IVe siècle, Athanase d’Alexandrie décrit le salut comme étant le fait que Dieu, Père, Fils et Esprit habite en l’homme, déjà en cette vie. La théologie médiévale laissa peu de place à la liberté humaine : Thomas d’Aquin tenta d’organiser autour de la pensée d’Augustin un système métaphysique permettant de concilier grâce et liberté humaines

De l’Évangile selon saint Jean

En ce temps-là, les yeux levés au ciel, Jésus priait ainsi : « Père saint, je ne prie pas seulement pour ceux qui sont là, mais encore pour ceux qui, grâce à leur parole, croiront en moi. Que tous soient un, homme toi, Père, tu es en moi, et moi en toi. Qu’ils soient un en nous, eux aussi, pour que le monde croie que tu m’as envoyé. Et moi, je leur ai donné la gloire que tu m’as donnée, pour qu’ils soient un comme nous sommes UN : moi en eux, et toi en moi.

Qu’ils deviennent ainsi parfaitement un, afin que le monde sache que tu m’as envoyé, et que tu les as aimés comme tu m’as aimé. Père, ceux que tu m’as donnés, je veux que là où je suis, ils soient eux aussi avec moi, et qu’ils contemplent ma gloire, celle que tu m’as donnée parce que tu m’as aimé avant la fondation du monde. Père juste, le monde ne t’a pas connu, mais moi je t’ai connu, et ceux-ci ont reconnu que tu m’as envoyé. Je leur ai fait connaître ton nom, et je le ferai connaître, pour que l’amour dont tu m’as aimé soit en eux, et que moi aussi, je sois en eux. » (Jn 17, 20-26)

Croyons à Jésus pour être sauvés

 Jésus, après avoir prié pour lui-même et pour ses apôtres, embrassa dans sa supplication tous ceux qui crurent en lui et seront sauvés.  Le moyen par lequel ceux qui furent encore plongés dans les ténèbres de l’ignorance et de l’incrédulité furent amenés à la foi au Christ, ce  fut la parole des apôtres.  Témoignage éclatant rendu par Jésus. Jésus lui-même a la vérité et a l’autorité divines de la parole apostolique : elle a la puissance de créer dans les âmes la foi qui les régénère et les sauve. Toute l’Église chrétienne n’a connu Jésus-Christ et n’a cru en lui que par ce témoignage, qui conservera sa valeur jusqu’à la fin des siècles.

L’objet de la prière de Jésus pour son Église, ce fut l’union de tous ses membres dans la communion du Père et du Fils.  Cette union qu’il demanda auparavant pour ses disciples , il pria Dieu de la réaliser dans tous ses enfants ; ceux-ci durent être un comme le Père et le Fils sont un, ils durent être tous ensemble unis à Christ, et par lui à Dieu. De là, ce mot profond : un en nous, qui élève tous les rachetés jusqu’à la gloire éternelle que Jésus leur a acquise. .

Cette partie de la prière de Jésus nous révèle la nature de son Église. Il est venu pour unir, en les réconciliant avec Dieu les âmes que le péché avait divisées. Le lien de cette union est le même que celui qui fait l’ineffable harmonie du Père et du Fils : « Comme toi, Père, tu es en moi et moi en toi. » Mais cette union, fondée sur la communion avec Dieu par Christ, ne doit pas et ne peut pas rester invisible ; elle se manifeste nécessairement au dehors, et c’est précisément cette sainte union des âmes, dans la foi et l’amour, qui doit être pour tous un éclatant témoignage que Jésus est l’envoyé de Dieu.

C’est par elle surtout que les âmes sont attirées au Christ et croient en lui. Elle fut, en effet, dès les premiers âges de l’Église, le plus puissant moyen de persuasion pour le monde  : «  Ils étaient chaque jour tous ensemble assidus au temple, ils rompaient le pain dans les maisons, et prenaient leur nourriture avec joie et simplicité de cœur ». ) louant Dieu, et trouvant grâce auprès de tout le peuple. Et le Seigneur ajoutait chaque jour à l’Église ceux qui étaient sauvé »  (Ac 2, 46-47)

Aussi les exhortations à maintenir cette union des âmes dans l’amour, qui remplissent les écrits de Jean, reviennent elles également souvent sous la plume de l’apôtre Paul (Rm 12, 4-6 ; 1 Co 12, 12,  Ép 4., 1-6 ; Ph 2, 1-5). Jésus, sûr d’être exaucé, rappela  ce que déjà il  fit pour élever ses rachetés jusqu’à l’unité parfaite qu’il demanda pour eux. Et moi, dit il, je leur ai donné la gloire que tu m’as donnée.

Cette gloire, que les exégètes essayèrent d’expliquer de manières si diverses, ne fut autre que la gloire éternelle, dont le Fils de Dieu est possesseur en sa qualité de Fils et en tant qu’il est l’objet de l’amour éternel du Père, la gloire dans laquelle il rentra. Il l’a donnée, non seulement révélée ou promise, mais déjà communiquée à ses rachetés en les rendant eux aussi les objets de l’amour de Dieu et en faisant d’eux des fils du Père.

Cette gloire est tout entière contenue en droit dans la parole de grâce qu’ils reçurent et leur fut assurée en vertu de la foi qui les unit à Jésus.  Jusqu’à fa fin des temps, ils la possèdent pleinement en fait. Cette gloire, qui renferme en elle la vie éternelle et implique la communion avec Dieu, constitue nécessairement l’unité que Jésus décrit si magnifiquement dans ces paroles. Christ vivant, pensant, aimant, agissant dans ses disciples, comme le Père vit, pense, aime et agit en lui, telle est l’unité parfaite des âmes avec le Christ et avec Dieu, et par là même leur unité mutuelle.

 Jésus-Christ est l’Envoyé, le représentant de Dieu même sur la terre, et ensuite, qu’un tel amour répandu parmi les hommes ne peut être que l’effusion de l’amour de Dieu lui-même. Il y a une révélation profonde de l’amour de Dieu pour tous dans cette parole :  » Tu les as aimés comme tu m’as aimé ».  Jésus demanda pour les siens la réalisation parfaite de cette gloire que déjà il  donna à leur foi par sa parole  Père, répéta avec l’émotion croissante de sa prière. Et cette prière fut exaucée, car elle concerne ceux que le Père lui a donnés, tous ses rachetés, et non pas seulement les  premiers disciples.

Si les disciples connurent Dieu, ce fut uniquement parce que Jésus leur  fit connaître son nom ; et cette lumière divine, il la fit plus encore resplendir dans leur âme par l’effusion du Saint-Esprit : et je le leur ferai connaître. Le but suprême de tant de grâces fut que les disciples fussent rendus participants de ce rapport ineffable d’amour qui unit le Père et le Fils  ett que, par là même, leur communion avec Jésus fut complète  : « que je sois en eux ». ’est par cette grande promesse que Jésus acheva sa prière ; et elle fut faite dans toute l’expérience des disciples et dans tous leurs travaux. Rien ne les  sépara de l’amour de Dieu en Christ ; Christ  vécut en eux et ils furent plus que vainqueurs par Celui qui les  aima.(Meyer)

Diacre Michel Houyoux

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 Note J’ai enseigné au Collège Saint Stanislas à Mons et en Afrique au Burundi. Vous pouvez lire mes articles sur Internet : Blog du Diacre Michel Houyoux. Je parle cinq langues en plus du français : Anglais, Italien, Néerlandais, Allemand et le e Russe . Je publies tous les jours en français et deux fois par semaine dans chacune des autres langues

 

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Samedi de la quatrième semaine du Temps Pascal

Posté par diaconos le 18 mai 2025

 

« Fils de Dieu » est un titre conféré à différentes divinités fils d'un dieu plus important ou à des « homme divin », demi-dieux, héros, thaumaturges ou souverains remarquables auxquels sont prêtées des qualités surhumaines. Dans la littérature judaïque biblique et post-biblique, l'expression peut désigner des créatures célestes, Israël, son peuple ou ses rois, voire désigner l'humanité en général. Dans le Nouveau Testament, l'expression est associée à plusieurs reprises à Jésus de Nazareth en tant que messie royal de nature humaine de la lignée de David, puis devient l'un des titres christologiques traduisant, depuis les Pères de l'Église, sa nature divine avant de faire référence, pour le christianisme trinitaire, à la relation entre Jésus-Christ, Dieu le Père et le Saint-Esprit.

« Fils de Dieu » est un titre conféré à différentes divinités fils d’un dieu plus important ou à des « homme divin », demi-dieux, héros, thaumaturges ou souverains remarquables auxquels sont prêtées des qualités surhumaines.
Dans la littérature judaïque biblique et post-biblique, l’expression peut désigner des créatures célestes, Israël, son peuple ou ses rois, voire désigner l’humanité en général. Dans le Nouveau Testament, l’expression est associée à plusieurs reprises à Jésus de Nazareth en tant que messie royal de nature humaine de la lignée de David, puis devient l’un des titres christologiques traduisant, depuis les Pères de l’Église, sa nature divine avant de faire référence, pour le christianisme trinitaire, à la relation entre Jésus-Christ, Dieu le Père et le Saint-Esprit.

De l’Évangile de Jésus Christ selon Jean

En ce temps-là, Jésus disait à ses disciples : « Puisque vous me connaissez, vous connaîtrez aussi mon Père. Dès maintenant vous le connaissez, et vous l’avez vu. » Philippe lui dit : « Seigneur, montre-nous le Père ; cela nous suffit. » Jésus lui répond : « Il y a si longtemps que je suis avec vous, et tu ne me connais pas, Philippe !

Celui qui m’a vu a vu le Père. Comment peux-tu dire : “Montre-nous le Père” ? Tu ne crois donc pas que je suis dans le Père et que le Père est en moi ! Les paroles que je vous dis, je ne les dis pas de moi-même ; le Père qui demeure en moi fait ses propres œuvres. Croyez-moi : je suis dans le Père, et le Père est en moi ; si vous ne me croyez pas, croyez du moins à cause des œuvres elles-mêmes.

Amen, amen, je vous le dis : celui qui croit en moi fera les œuvres que je fais.Il en fera même de plus grandes, parce que je pars vers le Père, et tout ce que vous demanderez en mon nom, je le ferai, afin que le Père soit glorifié dans le Fils. Quand vous me demanderez quelque chose en mon nom, moi, je le ferai. » (Jn 14, 7-14)

Fondons notre foi sur les paroles de Jésus

«Par ce si, Jésus ne nie pas positivement la connaissance que ses disciples ont de lui et du Père, mais il sollicite leurs âmes au progrès.» (Bengel) Bien plus, Il affirma que dès à présent, après l’instruction profonde qu’il leur donna, ils connurent le Père et qu’ils le virent en lui. Les disciples n’avaient que les premiers rudiments de cette connaissance ; mais il y eut une grande sagesse pédagogique à les encourager ainsi, en leur supposant plus de lumières qu’ils n’en eurent ; et la Parole divine que Jésus répandit dans leur âme y restera comme le principe vivifiant de la connaissance qui leur manqua encore.

Cette interprétation fut celle qu’admirent Tholuck, Meyer, MM. Luthardt et Godet. D’autres exégètes (Chrysostome, Lücke) estimant que Jésus ne pouvait, dès cette époque, parler ainsi à ses disciples, pensèrent que ce fut là une sorte d’indication anticipée de ce qui leur fut accordé par l’Esprit à la Pentecôte. La parole de Jésus : «Vous l’avez vu», comprise par Philippe comme si Dieu pouvait exister pour lui à côté ou en dehors de Jésus, lui inspira le désir de voir une théophanie ou révélation extraordinaire de Dieu, comme la demandait Moïse : «Je t’en prie, laisse-moi contempler ta gloire.» (Ex 33, 18) ; et il exprima naïvement ce désir à Jésus. «Cela nous suffit, ajouta-t-il nous n’avions plus aucun doute que le Père ne se révéla pleinement par toi.»

Ce fut avec tristesse que Jésus reprocha à Philippe de ne l’avoir pas connu, malgré toutes les expériences que, depuis si longtemps, il avait pu faire auprès de lui. Il l’appela affectueusement par son nom : Philippe, afin de l’inviter à réfléchir sur la demande qu’il venait de lui adresser. Celui qui a vu Jésus a vu le Père, le Dieu qui est sainteté et amour, et dont Jésus était sur la terre la parfaite manifestation. Philippe demandait à voir, Jésus l’exhorta à croire. Ce fut uniquement par la foi qu’il put pénétrer dans ce mystère de l’unité absolue du Père et du Fils qui lui permit de voir le Père dans le Fils.

Ces paroles de Jésus exprimèrent, tout ensemble, l’intime unité d’essence et le rapport mutuel vivant, actif, qu’il y a entre le Père et le Fils, Jésus le prouva en déclarant que c’est le Père qui parle et agit en lui. Les paroles et les œuvres de Jésus, ces paroles qui sont esprit et vie, ces œuvres de puissance divine et d’amour divin, telle est la démonstration irrécusable que le Père était en lui, parlait et agissait par lui.

«Pas une de ses paroles qu’il tire de lui-même. Pas une de ses œuvres que Dieu lui-même n’opère par lui. De sa propre sagesse, rien. Par la force de Dieu, tout !» (Godet) Après avoir donné à Philippe cette instruction profonde, Jésus se tourna vers tous ses disciples et il les exhorta à le croire quand il leur déclara qu’il est dans le Père et que le Père est en lui, à le croire sur la seule autorité de sa parole.

Mais il ajouta avec tristesse que si leur foi fut encore trop obscure et trop faible pour se fonder uniquement sur sa parole, ils durent au moins le croire à cause de ses œuvres mêmes, considérées en elles-mêmes. Il entendit par là ses miracles : «Si je n’accomplis pas les œuvres de mon Père, vous n’avez pas besoin de croire en moi. Mais si, au contraire, je les accomplis, même si vous ne voulez pas me croire, laissez-vous au moins convaincre par mes œuvres, pour que vous reconnaissiez et que vous compreniez que le Père est en moi et que je suis dans le Père.» (Jn 10, 37-38)

La foi, fondée sur ces œuvres, ne fut pas encore la vraie foi, mais elle put conduire à la foi immédiate. Jésus revint au discours plein de consolation qu’il adressa à ses disciples au sujet de son départ , et dans lequel il fut interrompu par Thomas et par Philippe. Et comme il leur montra, en répondant à la requête de celui-ci, que le Père se manifestait pleinement en lui dans ses paroles et dans ses œuvres.

Il leur fit maintenant une magnifique promesse qui leur donna de sa divinité et de la pleine révélation de Dieu en lui une preuve propre à créer une intime conviction : celui qui croit en lui fera lui aussi les mêmes œuvres et en fera de plus grandes encore. Il promit avec une autorité solennelle : «En vérité, en vérité, la communication de l’Esprit et des grâces qui en résulteront pour les disciples.» Cette promesse, en même temps, ajouta à la perspective encore éloignée de la réunion dans la maison du Père, celle d’une prochaine réunion en esprit : les disciples revirent Jésus qui les quittera pour s’en aller au Père.

Ce ne furent pas des œuvres extérieures, des miracles matériels, plus étonnants encore que les siens comme le crurent quelques exégètes ; mais bien des miracles spirituels, que les apôtres firent, quand leur parole, animée de l’Esprit de Dieu, régénéra les âmes, fonda l’Église et porta la lumière et la vie au milieu de toutes les nations. «Le livre des Actes est le commentaire de cette parole.» (Meyer)

Ces œuvres plus grandes, Jésus lui-même ne put les faire, parce que  l’Esprit n’était pas encore (Jn 7, 39). Quand il reprit possession de sa gloire et que toute puissance lui fut donnée au ciel et sur la terre, il eut accompli lui-même dans ses disciples la parole qu’il prononça. Il le fit en répondant à toutes leurs prières et en répandant sur eux le Saint-Esprit de la Pentecôte.

Les disciples restèrent avec Jésus dans un rapport plus intime et plus vivant que jamais. Eux, sur la terre prièrent en son nom, et lui leur accorda toutes leurs demandes. Grâce à son action puissante, ils accomplirent ses œuvres, et même de plus grandes, afin que le Père soit glorifié dans le Fils. Prier au nom de Jésus, c’est donc, comme le dit Keil, dont M. Godet adopta l’interprétation, prier en nous replongeant avec foi dans la connaissance que nous avons reçue de lui comme Fils de Dieu abaissé et glorifié, c’est prier dans une communion intime avec lui, selon sa volonté, par son Esprit, qui seul nous communique la puissance d’accomplir cet acte religieux.

Quand celui qui prie ainsi se sent devenu un avec Jésus, il est certain d’être exaucé. «Si vous demeurez en moi et que mes paroles demeurent en vous, demandez tout ce que vous voudrez et il vous sera fait».

Diacre Michel Houyoux

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