III Domenica quaresima di Anno C

Posté par diaconos le 23 mars 2019

Benvenuti a voi, condividere la nostra fede in Dio

La lavanda dei piedi (Gv 13, 1-15) dans Carême croix-diaconale7Deacon Michel Houyoux

Dal libro del l’Èsodo

Il Vangelo di oggi presenta fatti di morte, dai quali sorgono delle grandi domande: che colpa avevano le persone uccise dalla torre di Siloe? E’ forse Dio che manda il terremoto? Dio distrugge una città per castigare qualcuno?

Il Vangelo di oggi presenta fatti di morte, dai quali sorgono delle grandi domande: che colpa avevano le persone uccise dalla torre di Siloe? E’ forse Dio che manda il terremoto ? Dio distrugge una città per castigare qualcuno ?

In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava.

Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.

Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele».

Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione». (Es 3, 1-8.13-15)

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto.

Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. (1 C0 10, 1-6.10-12)

 Dal Vangelo secondo Luca

Sono qui da tre anni cerca frutta su questo fico, e non riesco a trovarne uno Dacci un taglio. Qual è il vantaggio di lasciarlo esaurire? '     Ma l'enologo gli rispose: "Maestro, lascia di nuovo quest'anno, il tempo in cui giro mettere il letame.     Forse darà frutti in futuro. Altrimenti, lo taglierai. '"

Sono qui da tre anni cerca frutta su questo fico, e non riesco a trovarne uno Dacci un taglio. Qual è il vantaggio di lasciarlo esaurire ? ‘ Ma l’enologo gli rispose : « Maestro, lascia di nuovo quest’anno, il tempo in cui giro mettere il letame. Forse darà frutti in futuro. Altrimenti, lo taglierai. ‘ »

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro : «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”». ( Lc 3, 1-9)

Omelia

Benedetto il signore ô il mio cuore, e del fondo del cuore il suo nome santo. La lettura della bibbia li rivela che prima dell’arrivo di Gesù, molte persone erano persuase che la disgrazia era legata al peccato. Gli ebrei lo consideravano anche come una punizione di dio, che fonde quest’opinione su alcuni fatti riportati nel Vecchio Testamento. (Nbr 12; 2R 5; 2Cr 26) nel mondo d’oggi, molti nostri contemporanei direbbero: se ti succede qualcosa, è che in un modo o nell’altro, lo hai meritato !

Questo genere di ragionamento è molto attuale: se non hai lavoro, è perché non lo disturbi per trovarne; se sei respinto, è perché non vuoi integrarsi… Dio non accetta che aggiungevamo al peso della disgrazia la catena della colpevolezza.

Dio ci chiede di valorizzare la ricchezza dei nostri cuori e delle nostre mani perché gli altri abbiano il diritto di vivere. Per raggiungerejavascript:void(0) ; questo obiettivo, accettiamo che egli metta in noi un cuore di carne simile al suo, un cuore pieno di amore e compassione, un cuore che non si arrende mai nel far scomparire ciò che distrugge.

Conversione significa cercare Dio, camminare con lui, seguire fedelmente gli insegnamenti di Gesù e soprattutto il suo comandamento : « Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.  »Convertirsi non è uno sforzo per realizzarsi, non è essere un po’ più pio, non è essere un cristiano migliore. Convertirsi è ascoltare il grido dei poveri e accettare di sfidare i poteri che li opprimono. Potremmo dire che la conversione consiste proprio nel non considerarci come creatori di noi stessi e scoprire così la verità, perché non siamo gli autori di noi stessi.

 La conversione consiste nell’accettare liberamente e amorevolmente di dipendere in tutto da Dio, il nostro vero Creatore, di dipendere dall’amore. Convertirsi allora non significa cercare il successo personale, ma seguire Gesù con semplicità e fiducia.
Chi si lascia conquistare da Cristo non teme di perdere la vita, perché sulla croce ci ha amato e ha dato se stesso per noi. Più precisamente, perdendo la vita per amore, la ritroviamo.
La Croce è la rivelazione definitiva dell’amore e della misericordia divina anche per noi, uomini e donne del nostro tempo, troppo spesso distratti da preoccupazioni e interessi terreni e passanti. Dio è amore, e il suo amore è il segreto della nostra felicità. Tuttavia, per entrare in questo mistero d’amore, non c’è altra via se non quella di perdersi, di donarsi, la via della Croce. « Se qualcuno vuole camminare dietro di me », dice il Signore, « che rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. (Benedetto XVI)

 Durante questa Quaresima, siamo invitati a riflettere e pregare, a porre maggiore enfasi sulla penitenza e sul sacrificio, a rifiutare il peccato, a lottare contro il male, a superare l’egoismo e l’indifferenza. Preghiera, digiuno e penitenza, opere di carità verso i nostri fratelli e sorelle diventano così le vie spirituali per tornare a Dio, in risposta ai ripetuti richiami alla conversione contenuti anche nella liturgia odierna: « Convertitevi, dice il Signore, perché il Regno dei Cieli è vicino. »
Non è il nostro peccato che porta alla condanna di Dio, ma il nostro rifiuto di convertirci. Riconosciamo di essere peccatori e crediamo nel bisogno di riconciliarci con Lui. Che posto diamo al sacramento della Penitenza nella nostra vita e in questa Quaresima?
Amen
Michel Houyoux, diacono permanente

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III Domenica di quaresima ( anno C)

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COMPRENDRE LE CARÊME POUR MIEUX LE VIVRE

Posté par diaconos le 22 mars 2019

Auteur   Kevin Aka

L’image contient peut-être : une personne ou plus et nourriture

LA SYMBOLIQUE DES CENDRES

La cérémonie de prise des cendres, ouvre le temps de carême.

Ce mercredi donc, dit  » MERCREDI DES CENDRES « , les chrétiens catholiques du monde entier, se sont font signer au front avec de la cendre.

Cet acte institué par l’Eglise, revêt pour le fidèle chrétien catholique, un aspect particulier parce que exprimant une symbolique forte tirée des Ecritures.

Dans l’ancien testament, l’on peut voir le peuple juif, en plusieurs occasions, utiliser la cendre de façon expressive:

(1) ils s’en recouvrent la tête
(2) ils s’y asseyent ou s’y couchent (à même le sol)…

D’autres attitudes tout aussi expressives, accompagnent cette utilisation particulière de la cendre:
(1) ils ajoutent de la poussière
(2) ils se déchirent les vêtements
(3) ils se revêtent de sac

C’est dans ces dispositions, qu’ils s’engagent à des pratiques ascétiques ( jeûne, privation), et de piété ( prière, confession publique…).

De nombreux passages des écritures, nous font comprendre la symbolique de la cendre, et partant, son utilisation de façon particulière par Israël :

(1) LA CENDRE, C’EST CE QUI N’EST RIEN DEVANT DIEU; CE QUI EST INSIGNIFIANT…LE NÉANT DEVANT SA GRANDEUR:

Ce néant est bien attesté par le Seigneur, quand pour montrer qu’il a détruit le diable il dit: « j’ai fait sortir de toi un feu pour te dévorer ; JE T’AI REDUIT EN CENDRES SUR LA TERRE » (Ezéchiel 28,18).

Abraham en fait de même, quand intercèdant pour Sodome et Gomorrhe, il déclare au Seigneur : « j’ai osé parler au Seigneur, MOI QUI SUIS POUSSIERE ET CENDRE » ( Genèse 18,27 ); marquant ici son néant devant le Seigneur ; il n’est rien devant son Dieu.

(2) LA CENDRE, C’EST LE DEUIL, LA TRISTESSE, LE SIGNE DE L’HOMME DÉCHIRÉ PAR LA DOULEUR, comme en témoigne ce passage:
« fille de mon peuple, revêts le sac, ROULE-TOI DANS LA CENDRE, prends le deuil comme pour un fils unique, verse des larmes… » (Jérémie 6,26).

Se plonger, s’asseoir dans la cendre, ou s’en recouvrir devant le Seigneur, montre bien qu’on s’assimile devant son Dieu à tout le symbolisme ci-dessus évoqué ( NOUS NE SOMMES RIEN DEVANT LE SEIGNEUR ).

C’est dans ce dénuement, dans cet anéantissement de notre être, qu’on lui crie notre douleur et notre misère.

Quand donc, Israël utilise la cendre dans ces actes de pénitence, il montre que c’est le pauvre homme, qui recherche ainsi la faveur de Dieu, son Dieu devant lequel il n’est rien, et devant lequel il montre que la situation qu’il vit lui est si pesante.

Cette symbolique d’anéantissement et de deuil a tout son poids et toute son importance dans l’acte de pénitence devant le Seigneur, puisque lui-même l’évoque dans l’évangile :

« …si les miracles qui ont eu lieu chez vous, avaient eu lieu à Tyr et à Sidon, il y a longtemps que SOUS LE SAC ET DANS LA CENDRE, ELLES SE SERAIENT REPENTIES » (Matthieu 11,21).

Cependant, Le Seigneur lui-même, ne manque pas d’ interroger :

« EST-CE LA, LE JEÛNE QUI ME PLAÎT, le jour où l’homme se mortifie? Courber la tête comme un jonc, SE FAIRE UNE COUCHE DE SAC ET DE CENDRE… » (Isaïe 58,5).

Le Seigneur qui sonde les cœurs et les reins avait remarqué, que toute cette attitude expressive qui accompagnait leurs actes de pénitences, n’était pas souvent le résultat d’une disposition de cœur. Et n’était que simple religiosité pour parler comme certains.

L’interpellation faite par la voix du prophète, indique bien que la symbolique attachée à la cendre doit donc être l’expression du cœur.
Et nous savons combien le Seigneur est sensible à l’expression qui vient du cœur.

L’utilisation de la cendre de façon si expressive ne vaudrait donc, que si elle traduit véritablement une disposition intérieure forte, une disposition de cœur.

L’Eglise a conservé ce symbolisme de la cendre, non plus dans sa dimension expressive extérieur, mais dans une dimension plus sobre, plus forte; comme l’expression d’une attitude de cœur.

C’est à cela que l’Église s’attache et qu’elle appelle le fidèle chrétien catholique, par la cérémonie de prise de cendre.

La prise de la cendre est donc un acte symboliquement fort.

Plus que le corps, c’est au cœur que cette pratique touche.

Elle marque expressément, la démarche claire à laquelle le fidèle chrétien s’engage : faire pénitence, en marquant son néant, sa pauvreté de cœur devant le Seigneur, de qui il attend pardon et miséricorde.

C’est pourquoi lors de la signature, il lui est rappelé: « tu es poussière et tu retourneras poussière » (Genèse 3,19).
En acquiesçant (Amen) et en recevant ainsi la cendre, le fidèle, par cette attitude extérieur, manifeste sobrement, humblement et sans honte sa nature de pauvre pécheur, devant son Dieu de qui il a crainte, et vers qui il regarde.

Au-delà donc de cette attitude extérieur d’abaissement, c’est à la conversion véritable qu’est appelé le peuple de Dieu.

D’où, la 2ème parole du célébrant : « repentez-vous, car le Royaume des cieux est proche » (Matthieu 3,2 / Marc 1,15).

Toute cette symbolique exprimée par la prise de cendre, doit rejaillir sur nous tout ce temps de carême et bien après :
(1) abaissement et humilité devant Dieu et devant les hommes
(2) douleur et misère de notre situation de pécheur vis-à-vis de Dieu.…

Cela devra accompagner toute la pénitence à laquelle on s’est engagée dans ce temps carême.

Amen, amen,amen…que Dieu nous bénisse et nous fortifie davantage durant ce temps de carême.

( Salomon Marie, fils de la Vierge Marie, et serviteur Inutile de Jésus-Christ de Nazareth )

Contact → Kevin Aka

Compléments

◊ Homélie pour le troisième dimanche du Carême de l’année C → Le Seigneur est tendresse et pitié, lent à la colère et plein d’amour (Ps 102)

◊ Liturgie : cliquez ici pour lire ou télécharger → A.D.A.L. pour le 3ième dimanche du carême, année C

◊ Comment trouver rapidement ce que vous cherchez  : cliquez ici pour lire →  Mode d’emploi, c’est ici

Liens externes

◊ Fête relieuse ce jour :cliquez ici pour lire ou télécharger →  Sainte Léa – Dame romaine, disciple de saint Jérôme ( 384)

Le sacrement de réconciliation

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II Domenica quaresima, anno C

Posté par diaconos le 16 mars 2019

Benvenuti a voi, condividere la nostra fede in Dio

La lavanda dei piedi (Gv 13, 1-15) dans Carême croix-diaconale7Deacon Michel Houyoux

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Prima lettura  Dal libro della Gènesi

In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.

E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo».

Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono.

Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram : « Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate». (Gn 15, 5-12.17-18)

 

Dal Vangelo secondo Luca

fonte dell'immagine → QUMRAN NET - Materiale pastorale online
La Trasfigurazione è un episodio della vita di Gesù Cristo, raccontata dal Nuovo Testamento. Il festival religioso che gli corrisponde è il 6 agosto. È un cambiamento nell'apparenza fisica di Gesù per alcuni momenti della sua vita terrena, per rivelare la sua natura divina a tre discepoli. La parola "trasfigurazione" procede in francese dalla traduzione latina della parola greca metamorfosi (metamorfosi
La Trasfigurazione è un episodio della vita di Gesù Cristo, raccontata dal Nuovo Testamento. Il festival religioso che gli corrisponde è il 6 agosto. È un cambiamento nell’apparenza fisica di Gesù per alcuni momenti della sua vita terrena, per rivelare la sua natura divina a tre discepoli. La parola « trasfigurazione » procede in francese dalla traduzione latina della parola greca metamorfosi (metamorfosi)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni  e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.

Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si paravano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva

Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva «Questi è il Figlio mio, l’eletto ; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. (Lc 9, 28b-36)

Collegamenti esterni

◊ Parole Nuove : Clicca per leggere  → Commenti al Vangelo – QUMRAN

◊ Elaborato da Antonio Barone : Clicca per leggere  → Meditazione sulla trasfigurazione (Luca 9)

◊ II Domenica quaresima, anno C : Clicca per leggere  →  Seconda Lettura

II Domenica Quaresima (Anno C)

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Les abeilles, ouvrières acharnées !

Posté par diaconos le 23 février 2019

Auteur  Paul Calzada

Les abeilles, ouvrières acharnées !

  Les insectes dans la Bible Même s’ils sont petits, les insectes jouent souvent un rôle important. Avec leurs caractéristiques propres, ils sont souvent porteurs de toute une symbolique. Ces textes sont tirés du livre 40 animaux dans la Bible de Marie-Hellen et Pascal Geoffroy aux éditions Passiflores. abeille     L’abeille ne vit pas seule, mais en colonie, dans une société élaborée, avec des fonctions très spécialisées et complémentaires. Les abeilles sont souvent mentionnées dans la Bible, en raison du miel qu’elles produisent. Le miel prisé pour ses vertus gustatives et thérapeutiques est avec le lait un des symboles de la Terre promise : « une terre ruisselante de lait et de miel » (Ex 3,8; Ps 81,17). Le mot hébreu pour dire « abeille » est aussi le prénom d’une femme juge en Israël avant l’instauration de la royauté : Débora.


Les insectes dans la Bible : même s’ils sont petits, les insectes jouent souvent un rôle important. Avec leurs caractéristiques propres, ils sont souvent porteurs de toute une symbolique. L’abeille ne vit pas seule, mais en colonie, dans une société élaborée, avec des fonctions très spécialisées et complémentaires. Les abeilles sont souvent mentionnées dans la Bible, en raison du miel qu’elles produisent. Le miel prisé pour ses vertus gustatives et thérapeutiques est avec le lait un des symboles de la Terre promise : « une terre ruisselante de lait et de miel » (Ex 3,8; Ps 81,17). Le mot hébreu pour dire « abeille » est aussi le prénom d’une femme juge en Israël avant l’instauration de la royauté

Débora, nourrice de Rebecca mourut. » Gn 35,8) Débora signifie « abeille ». Voilà un nom bien significatif porté par cette nourrice. Elle fut chargée de nourrir Rebecca. Les abeilles sont indispensables à la survie des hommes, non seulement parce qu’elles fournissent le miel, mais surtout parce qu’elles assurent la pollinisation des plantes, et donc notre alimentation.

Les abeilles ne sont mentionnées que quatre fois dans la Bible, alors que le miel, issu de leur labeur est mentionné soixante-cinq fois. Nous avons déjà, là, une précieuse indication concernant l’abnégation de ces ouvrières acharnées. Ce qui revêt de l’importance ce n’est pas qu’elles soient souvent citées, mais que ce qu’elles font soit mis en avant. Nous y voyons comme un encouragement à œuvrer pour la seule gloire de Dieu ! Que nous puissions dire comme le psalmiste : « Mon œuvre est pour le roi » (Ps 45,2).

Leur aptitude majeure est de transformer leur récolte de pollen en cette substance si douce et si bienfaisante qu’est le miel. Comme elles, nous sommes appelés à produire ce fruit bienfaisant de la douceur : « Le fruit de l’Esprit c’est l’amour… la douceur…  » (Ga 5, 22).  ’adressant aux Philippiens, Paul leur dit : « Que votre douceur soit connue de tous les hommes » ( Ph 4, 5). De même, il invita les Colossiens à être pleins de douceur : « Ainsi donc, comme des élus de Dieu, saints et bien-aimés, revêtez-vous d’entrailles … de douceur, de patience »  ‘Co 3, 12).

Si un jour il ne devait plus y avoir d’abeilles, donc plus de pollinisation, nous serions rapidement réduits à la famine au niveau mondial. Elles sont des vecteurs de vie.

Comme elles, nous sommes appelés à favoriser l’éclosion de la vie spirituelle autour de nous. Les abeilles ne sont pas agressives comme le sont les frelons ou les guêpes. D’ailleurs, lorsqu’elles piquent, c’est au détriment de leur vie, car elles perdent leur aiguillon et en meurent. Le croyant se fait du mal à lui-même lorsqu’il se laisse aller à la violence ou à la colère. Il peut dire qu’il est blessé, mais en fait, il s’est blessé lui-même.

Assez curieusement, les abeilles font partie de l’histoire de Samson. Il est dit que Samson avait tué un lion et : « Quelques jours après…il se détourna pour voir le cadavre du lion, et voici, il y avait un essaim d’abeilles et du miel dans le corps du lion » (Jg 14, 8) . « Du fort est sorti le doux dira Samson ». Mais pour que le doux apparaisse, il  fallut que le fort meure. C’est comme pour nous rappeler, que la douceur se manifeste lorsque la mort à nous-même opère premièrement.

Ma prière en ce jour :
Seigneur, je désire être comme Débora, une « abeille » qui manifeste le fruit de la douceur et « nourrit » les  personnes qui m’entourent. Amen !

Paul Calzada
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Contact → Paul Calzada

Compléments

Ré­becca était pro­ba­ble­ment morte, et sa vieille ser­vante avait re­joint Ja­cob à Si­chem. Les rab­bins supposèrent qu’elle l’a­vait re­joint en Méditerranée, lui por­tant le mes­sage an­noncé par Ré­becca (Gn 27,45)

Des paroles pleines de charme Saisi de la beauté du ta­bleau qui se pré­sente à lui, le psal­miste vou­drait la rendre en pa­roles dignes d’un aussi grand su­jet. Le style, poin­çon de mé­tal dont les an­ciens se ser­vaient pour écrire sur des ta­blettes en­duites de cire. (Ps 45, 2)

Par op­po­si­tion aux œuvres de la chair   on at­ten­dait ici le mot  « oeuvres de l’Es­prit  », mais Paul dit : le fruit de l’Es­prit, pour mon­trer ce qu’il y a d’in­té­rieur et d’or­ga­nique dans le dé­ve­lop­pe­ment de la vie nou­velle, dont la source, la ra­cine est l’Es­prit de Dieu en l’­homme, et dont ces ver­tus chré­tiennes sont les fruits. Ce mot, dans son sens fi­guré, est du Sei­gneur lui-même (Mt 7, 17).

Ces fruits de l’Es­prit sont en tout l’in­verse des œuvres de la chair, sans que pour­tant Paul les op­posa à ces der­nières dans un ordre pa­ral­lèle. La ra­cine de cet arbre ma­gni­fique, chargé de si riches fruits, c’est la charité, l’a­mour. C’est la cha­rité qui pro­duit tout le reste. ‘Ga 5, 14)

◊ Homélie pour sixième dimanche de l »année C : cliquez ici → Êtes-vous vraiment heureux ?

◊ Aujourd’hui, nous célébrons la fête de aint Polycarpe → Saint Polycarpe, évêque et martyr

Liens externes

◊Le saint fêté ce 23 février : cliquez ici pour lire  → La lumière de Dieu: Saint Alexandre l’Acémète

Superbe vidéo à voir ci-dessous

 Connaissez-vous vraiment les abeilles ?

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