Seconda domenica di Quaresima – Anno pari

Posté par diaconos le 20 février 2024

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# La Trasfigurazione è un episodio della vita di Gesù Cristo raccontato nel Nuovo Testamento. Si tratta di un  dell’aspetto corporeo di Gesù per alcuni momenti della sua vita terrena, al fine di rivelare la sua natura divina a tre discepoli. Questo stato fisico, considerato miracoloso, è riportato nei tre Vangeli sinottici : (Mt 17,1-9, Mc 9,2-9, Lc 9,28-36).

Secondo il cristianesimo, si tratta di una prefigurazione dello stato corporeo annunciato ai credenti per la propria resurrezione. Il luogo tradizionale della Trasfigurazione è il monte Tabor, vicino al lago di Tiberiade. Alcuni esegeti collocano l’evento sul Monte Hermon, poiché gli episodi evangelici che lo inquadrano sono ambientati in questa regione.

Per i Maroniti, la Trasfigurazione avvenne nella regione di Bcharré, sul Monte Libano. Per la Chiesa cattolica, lo scopo immediato della Trasfigurazione era quello di preparare i cuori dei discepoli a superare lo scandalo della croce. La trasfigurazione è anche un annuncio della « meravigliosa adozione » che renderà tutti i credenti figli di Dio. Anche la Chiesa ortodossa celebra la Trasfigurazione. Nella Chiesa d’Etiopia, la festa è chiamata Buhe.

# Il luogo della Trasfigurazione è il Monte Tabor, vicino al Lago di Tiberiade. Fu scelto in epoca bizantina per la sua vicinanza a Nazareth e al lago di Tiberiade. Alcuni esegeti collocano l’evento sul Monte Hermon, poiché gli episodi evangelici che lo inquadrano sono ambientati in questa regione. Per i maroniti, la Trasfigurazione avvenne nella regione di Bcharré, sul Monte Libano. Il monte della Trasfigurazione rimanda al Monte Oreb e al Monte Sinai, due luoghi simbolici dell’Antico Testamento, per la presenza di Mosè ed Elia accanto a Cristo, le cui missioni sono legate ad essi.

La nube da cui emana la voce del Padre riecheggia quella che avvolse gli Ebrei durante l’Esodo e la loro traversata del deserto. Secondo alcuni osservatori, la proposta di San Pietro di erigere tre tende si riferisce anche alla tenda dell’incontro dell’Antico Testamento. Questa trasfigurazione è anche un annuncio della « meravigliosa adozione » che renderà tutti i credenti figli di Dio. La sua trasfigurazione non è un’anticipazione della risurrezione – in cui il suo corpo sarà trasformato in Dio – ma, al contrario, la presenza del Dio trino e di tutta la storia della salvezza nel suo corpo predestinato sulla croce. Dio della Trinità e di tutta la storia della salvezza nel suo corpo predestinato sulla croce.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco

In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse da soli su un alto monte. E si trasfigurò davanti a loro. Le sue vesti divennero splendenti, di un candore tale che nessuno sulla terra può ottenere. Elia apparve loro insieme a Mosè ed entrambi parlarono con Gesù. Allora Pietro prese la parola e disse a Gesù : « Rabbì, è bello che siamo qui ! Montiamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia ». In effetti, Pietro non sapeva cosa dire, tanto era grande la loro paura. Venne una nube e li avvolse, e dalla nube una voce disse: « Questo è il mio Figlio prediletto, ascoltatelo ! All’improvviso, guardandosi intorno, videro solo Gesù da solo con loro. Scesero dal monte e Gesù ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto finché il Figlio dell’uomo non fosse risorto dai morti.

Ed essi si attennero a questa parola, chiedendosi tra loro che cosa significasse « risorgere dai morti ». (Mc 9, 2-10)

La luce di Cristo

Quando qualcuno ci sorride, il suo volto cambia. È meraviglioso da vedere ! Come non amare il sorriso degli altri? Si crea un senso di complicità, una comunione libera e vera che ci fa intravedere la felicità. Gesù si trasfigura e i discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, vedono Gesù: la sua luce interiore, il suo amore infinito, non smette di sgorgare dal suo cuore. Il suo corpo ne era raggiante. Gesù, sul monte, non era illuminato dall’esterno da una luce; era lui, nel suo corpo, a essere Luce.

Che cos’era questa luce ? Era il mistero stesso di Gesù. Elia e Mosè apparvero nella luce. Erano lì per confermare agli apostoli la persona e l’opera di Gesù ? La straordinaria luce di Cristo e la presenza delle più grandi figure della storia di Israele diedero ai discepoli una gioia prodigiosa. Possiamo capire l’esclamazione di Pietro : « Rabbì, è bello che siamo qui ». Volevano costruire tre tende ed erano felicissimi di vedere il progetto di Dio realizzarsi. » (Mc 9, 5) La trasfigurazione del Signore fa parte della Buona Novella. Quando l’amore regna, trasfigura le persone. L’amore attinto da Dio fiorisce e stimola. Al contrario, senza amore o invasi dalla passione, le persone diventano rapidamente dominate dalla gelosia, dall’avidità e dall’insoddisfazione cronica.,

La passione indurisce, acceca e offusca lo sguardo. Uno sguardo che diventa offensivo e umiliante, uno sguardo che distrugge! Marc annota : « Che non sapeva cosa dire, tanto era grande il loro spavento ». Felicità o paura ? Di fronte al mistero di Dio, ci sono questi due sentimenti. La gioia di capire, la gioia di scoprire, la gioia di ricevere ciò che sta al cuore del mistero di Dio. Ma rimane la paura. Pietro non capiva molto di questo momento straordinario; era un testimone che non si inventava nulla.

Più tardi scriverà : « Non sono favole inventate… lo abbiamo visto in tutto il suo splendore quando lo abbiamo visto sul monte santo… noi stessi abbiamo udito questa voce dal cielo quando eravamo con lui sul monte santo: Questo è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto ». Questo è il cuore della personalità di Gesù, questo è il motivo dell’irradiazione di tutto se stesso, la fonte di vita del suo essere: Gesù è amato dal Padre, è suo Figlio, il suo amato. La Trasfigurazione si conclude con una raccomandazione: non dire nulla prima della Risurrezione.

In questo modo, Gesù ha annunciato che l’amore che lo unisce al Padre sarà veramente ascoltato e compreso solo quando la croce sarà stata vista. Allora tutti potranno sentire, ascoltare e accogliere l’eterno mistero dell’amore di Dio per tutti gli uomini. Nota Non sappiamo quasi nulla della vita dell’apostolo Pietro dal tempo del Concilio di Gerusalemme del 49 d.C. fino al momento in cui scrisse questa lettera da Roma, intorno al 64 d.C., poco prima della sua morte.

Il diacono Michel Houyoux

Link ad altri siti cristian

Qumrom Net : clicca qui per leggere l’articolo →Commenti al Vangelo – Parole Nuove

Paolo Scquiratto : clicca qui per leggere l’articolo → OMELIA II domenica di Quaresima. Anno B

Video Padre Fernando Armellini : clicca qui per vedere il video → https://youtu.be/zvq4Sgu0sWU

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Mercredi de la première semaine du Carême – Année Paire

Posté par diaconos le 20 février 2024

Le signe de Jonas - Culte du 31 octobre 2021 - YouTube 

 

# Jonas fut prophète des trois religions abrahamiques que sont le judaïsme, le christianisme et l’islam. Dans le judaïsme, Jonas, fils d’Amitthaï, fut le cinquième des douze petits prophètes de la Bible. C’est le personnage principal du Livre de Jonas, qui fait partie du Tanakh hébraïque (Ancien Testament chrétien). Dans le Coran, Jonas est mentionné dans six sourates, dont la dixième, qui porte son nom. Jonas est mentionné dans le Deuxième Livre des Rois, comme auteur d’une prophétie selon laquelle Jéroboam II, roi d’Israël, rétablirait les frontières du royaume d’Israël.

Dans le judaïsme, le Livre de Jonas est lu à l’occasion de Yom Kippour, le Jour du Grand Pardon où le fidèle prie l’Éternel afin qu’il lui soit pardonné. Pour les chrétiens, le livre de Jonas a, outre les thèmes du repentir et du pardon, l’intérêt d’enseigner que les révélations prophétiques n’ont pas un caractère inéluctable qui priverait de liberté les hommes et Dieu. Les lectures chrétiennes du livre de Jonas sont fortement influencées par la comparaison entre Jonas et le Christ qui est rapportée dans l’Évangile selon saint Matthieu : «Car, comme Jonas fut dans le ventre du cétacé trois jours et trois nuits, ainsi le Fils de l’homme10 sera trois jours et trois nuits dans le sein de la terre.» (Mt 12,40).

Jonas est un prophète biblique présent dans le Coran sous le nom de Yûnus (arabe : يونس). Il est cité à six reprises. Dans la sourate 21, il est aussi appelé Dū al-Nūn, l’Homme à la baleine. Dans le Coran, Jonas a aussi le statut d’envoyé divin et tient un haut rang spirituel, personne (même Mahomet), ne devant se dire supérieur à lui.  Selon Jérôme, sa tombe est située près du village galiléen de Gath- Aujourd’hui, chrétiens comme certains musulmans viennent en pèlerinage dans ce lieu.

Une tombe à Mossoul, au sein de la Mosquée du prophète Jonas, qui est un Hépher. Benjamin de Tudèle confirme ces propos. Les restes de Jonas auraient été déposés aux côtés des reliques de Jean le Baptiste dans l’église Saint-Jean-Baptiste de Damas, qui est depuis le VIIIe siècle la grande mosquée des Omeyyades. lieu de pèlerinage musulman, a été détruite le 24 juillet 2014 par les  djihadistes de l’État islamique en Irak et au Levant. Elle est reconquise par les forces irakiennes en janvier 2017. On y découvre en mars 2017 dans les décombres les ruines d’un palais assyrien du VIIe siècle av. J.-C.

De l’Évangile de Jésus Christ selon Luc

En ce temps-là, comme les foules s’amassaient, Jésus se mit à dire : «Cette génération est une génération mauvaise : elle cherche un signe, mais en fait de signe il ne lui sera donné que le signe de Jonas. Car Jonas a été un signe pour les habitants de Ninive ; il en sera de même avec le Fils de l’homme pour cette génération. Lors du Jugement, la reine de Saba se dressera en même temps que les hommes de cette génération, et elle les condamnera. En effet, elle est venue des extrémités de la terre pour écouter la sagesse de Salomon, et il y a ici bien plus que Salomon. Lors du Jugement, les habitants de Ninive se lèveront en même temps que cette génération, et ils la condamneront ; en effet, ils se sont convertis en réponse à la proclamation faite par Jonas, et il y a ici bien plus que Jonas.» (Lc 11, 29-32)

Le signe de Jonas

Les disciples, passant par un champ de blé le jour du sabbat, froissèrent des épis et en mangèrent pour apaiser leur faim. Accusé par les pharisiens d’avoir violé le sabbat, Jésus les justifia par l’exemple de David mangeant, avec sa troupe, les pains de proposition ;par le service des sacrificateurs dans le temple au jour du sabbat ; en citant la Parole de Dieu, qui préfère la miséricorde au sacrifice ; en invoquant sa propre autorité sur le sabbat. Jésus se rendit de là à la synagogue. Il s’y trouvait un homme ayant une main paralysée. Les pharisiens demandèrent à Jésus, afin de pouvoir l’accuser, s’il était permis de guérir le jour du sabbat. Il leur demanda à son tour quel fut celui d’entre eux qui ne retira sa brebis tombée dans une fosse le jour du sabbat

Et il ne serait pas permis de faire du bien à un homme ! Alors il ordonna au malade d’étendre sa main, et il le guérit. Les pharisiens, étant sortis, consultèrent pour le faire mourir. Jésus, connaissant leurs projets, se retira dans la solitude, suivi par la multitude, dont il guérit tous les malades. L’expression est fondée sur la belle image par laquelle l’union de Dieu avec son peuple est représentée comme un mariage. Ainsi quand le peuple devient infidèle, abandonne Dieu, il devient adultère. Le signe de Jonas est connu par le livre de ce prophète.

Irénée, Tertullien et plusieurs des plus notables exégètes modernes, rapprochant cette expression, y virent une allusion à la descente de Christ aux enfers morts, qui serait situé au centre de la terre. Beaucoup d’interprètes s’achoppèrent à cette expression trois jours et trois nuits, parce que Jésus ne resta dans la tombe qu’un jour et deux nuits. De telles évaluations s’expliquent quand on considère que les Hébreux comptent comme un jour toute partie des vingt quatre heures entrant dans l’espace de temps dont il s’agit. On peut aussi y voir la désignation proverbiale d’un court laps de temps.

Le signe de Jonas est la mort et la résurrection de Jésus-Christ, préfigurées par le miracle de Jonas. Jésus ne mentionna pas le séjour de Jonas dans le ventre du grand poisson et dit que le fils de l’homme sera un signe pour sa génération comme Jonas le fut pour les Ninivites , par sa prédication. Celle-ci est restée pour son peuple et pour l’Église tout entière le signe par excellence, le miracle suprême, fondement de la foi et pierre d’achoppement de l’incrédulité. Le nom de Jonas que Jésus prononça évoqua devant lui le souvenir des Ninivites repentants, qui formèrent un frappant contraste avec cette génération sourde à ses appels.

Sur la repentance des hommes de Ninive

Il y a ici plus que Jonas, plus que Salomon. En s’exprimant ainsi, Jésus fit voir qu’il avait clairement conscience de sa dignité surhumaine, car autrement il manquerait de modestie ; et en même temps, il rendit plus accablant le parallèle qu’il établit entre cette génération et les Ninivites ou la reine du Midi.

Diacre Michel Houyoux

Compléments

◊ Diacre Michel Houyoux : cliquez ici pour lire l’article → À cette génération il ne sera donné que le signe de Jonas

◊ Diacre Michel Houyoux : cliquez ici pour lire l’article →Lors du Jugement, la reine de Saba se dressera en même temps que cette génération

Liens avec d’autres sites web chrétiens

◊ Paroisse Port-Royal : cliquez ici pour lire l’article →Le signe de Jonas – Paroisse Port-Royal

◊ Au large Biblique : cliquez ici pour lire l’article →Le signe de Jonas (Lc 11,27-36)

Vidéo Lectio Divina : cliquez ici https://youtu.be/hf-Z2pJ4PE4

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Mardi de la première semaine du Carême – Année Paire

Posté par diaconos le 19 février 2024

Qu’est-ce que la vraie prière ? Comment prier pour être entendu par ...

De l’Évangile de Jésus Christ selon Matthieu

En ce temps-là, Jésus disait à ses disciples : «Lorsque vous priez, ne rabâchez pas comme le font les païens : ils s’imaginent qu’à force de paroles ils seront exaucés. Ne les imitez donc pas, car votre Père sait de quoi vous avez besoin, avant même que vous l’ayez demandé. Vous donc, priez ainsi : Notre Père, qui es aux cieux, que ton nom soit sanctifié, que ton règne vienne, que ta volonté soit faite sur la terre comme au ciel. Donne-nous aujourd’hui notre pain de ce jour. Remets-nous nos dettes, comme nous-mêmes nous remettons leurs dettes à nos débiteurs.

Et ne nous laisse pas entrer en tentation, mais délivre-nous du Mal. Car, si vous pardonnez aux hommes leurs fautes, votre Père céleste vous pardonnera aussi. Mais si vous ne pardonnez pas aux hommes, votre Père non plus ne pardonnera pas vos fautes.» (Mt 6, 7-13)

La vraie piété

Prier Dieu, ce n’est pas le haranguer. La toute-science de Dieu, fondement de notre confiance en lui et de la prière, suffit pour prévenir les vaines redites, mais elle doit aussi nous encourager à lui ouvrir notre cœur et à lui exposer tous nos besoins qu’il connaîtVous donc, par opposition aux païens (verset 7), priez ainsi, par opposition aux vaines redites. Mais ce n’est pas seulement la brièveté de la prière que Jésus va enseigner, c’est surtout l’esprit dans lequel il faut prier, les grâces qu’il faut demander et qui répondent aux plus profonds besoins de toute âme chrétienne.

Il ne veut donc pas donner une formule de prière à laquelle ses disciples doivent se borner, mais dès qu’il condescend à leur en retracer un si admirable modèle, n’y aurait-il pas de leur part autant d’orgueil que d’ingratitude à l’exclure de leurs dévotions ? On nous dit que les apôtres ne s’en servaient pas dans leurs prières : qu’en savons-nous ? Et qu’est-ce que cela prouverait  ? Quand le Maître a parlé, attendrons-nous que les disciples confirment sa parole ? Cette prière est si simple à la fois et si profonde dans les pensées si humble et si sublime dans son esprit si riche dans sa brièveté, que tout ce que nous pouvons demander à Dieu pour nous-mêmes et pour l’Église s’y trouve compris.

Les trois premières demandes concernent tous les rapports de Dieu à l’homme, les trois dernières toutes les relations essentielles de l’homme pécheur à Dieu. Enfin ces requêtes répondent à la fois aux besoins de chaque âme individuelle et aux espérances des enfants de Dieu, réunis en Église dans une sainte et intime communion. Luc donna l’oraison dominicale sous une forme incomplète et en lui attribuant une tout autre place. Au premier abord, il semble que l’occasion indiquée par Luc, la demande d’un disciple : « Enseigne-nous à prier », est historiquement plus naturelle que celle du sermon sur la montagne, que Matthieu lui assigna.

Telle fut l’opinion de plusieurs interprètes, qui pensèrent que notre Matthieu introduisit ici ce formulaire, parce qu’il convenait très bien à l’instruction que Jésus donna sur l’esprit dans lequel on doit prier. Cet à Matthieu seul que nous devons de posséder en son entier cette admirable prière. Père, tel est le premier mot de cette prière. Cette invocation renferme déjà tout ce qui peut inspirer à l’âme qui prie la confiance et l’amour. Ce nom de Père donné à Dieu est à la fois la révélation et l’œuvre de Jésus-Christ. Rarement il se rencontre dans l’Ancien Testament, jamais dans la plénitude de sa signification chrétienne.

Et même il nous faut être réconciliés avec Dieu par Christ et avoir reçu l’Esprit d’adoption, pour être rendus capables de prononcer ce nom en vérité. (Rm 8, 15 : Ga 4 6) «Prier ainsi, c’est la gloire des fidèles du Nouveau Testament. Quiconque dit à Dieu Père peut tout demander.» (Bengel)

Jésus ne nous fait pas dire, en nous isolant chacun dans son égoïste individualité : mon Père, mais notre Père qui es aux cieux ! Quiconque est né de Dieu sur la terre est membre de cette immense famille des rachetés de Christ, avec laquelle nous sommes unis ; un lien nouveau d’une parenté impérissable embrasse les enfants de Dieu, depuis le plus obscur chrétien dont toute la science religieuse consiste à savoir prononcer avec amour le nom de son Père céleste, jusqu’aux esprits des justes qui déjà entourent le trône de Dieu.

Qui es dans les cieux, n’exprime pas seulement la grandeur et la puissance de Dieu, mais l’idée que Dieu, bien que présent partout, réside et manifeste spécialement sa présence et sa gloire dans un monde supérieur, que les Écritures nomment le ciel ou les cieux. (Is 66, 1 ; Ps 2, 4 ; Ps102, 20 ; Ps 115, 3 ; Jb 22. 12 ; Ac 7, 55-56 ; 1 Tim 6, 16Le Fils de Dieu vint de là et y retourna dans sa gloire ; c’est du ciel que vient l’Esprit divin et sur lui et sur les siens. (Mt 3, 16 ; Ac 2, 1) C’est de là que la voix de Dieu retentit (Mt 3, 17 ; Jn 2, 28) et que les anges de Dieu descendent. (Jn 1, 51)

Le chrétien qui, en priant, élève ses yeux et son cœur vers le ciel, sait qu’il aspire vers sa patrie. Ni le panthéisme ni l’astronomie ne lui ôteront ce privilège. L’oraison dominicale se divise en deux séries de trois demandes. Les trois premières se rapportent à Dieu et à son règne, les trois dernières à l’homme et à ses besoins. En donnant ainsi la priorité aux intérêts divins, contrairement à l’instinct de son cœur qui le pousse à penser à soi d’abord, le chrétien renonce à lui-même, mais c’est pour se donner tout entier à Dieu, en qui il se retrouve, non plus seul, mais uni à ses frères.

«L’esprit fraternel devient ainsi dans la seconde partie de la prière le complément de l’esprit filial qui avait dicté la première ; l’intercession fraternelle se confond avec la supplication personnelle. L’oraison dominicale n’est donc autre chose que le sommaire de la loi mis en action sous la forme de la prière, le sommaire réalisé d’abord dans l’intimité du cœur, pour passer de là dans la vie entière.» — Godet Le nom de Dieu, c’est l’expression de son essence, de son être, tel qu’il s’est révélé à nous dans sa Parole. (Jn 7, 6 ; Rm 9, 17) Sanctifier ce nom, c’est reconnaître Dieu, le confesser, le craindre, l’adorer comme saint ; c’est surtout l’avoir comme saint dans le cœur. (1P 3, .15)

Par cette prière, nous demandons à Dieu que tous les hommes arrivent à sanctifier son nom de cette manière. La connaissance et l’adoration du saint nom de Dieu est le principe sur lequel s’établit son règne, sa domination sur les âmes  sur ce règne ou royaume de Dieu.  Ce règne spirituel est d’abord caché dans le cœur des croyants (Lc 17.21) implanté en eux par la Parole et l’Esprit de Dieu ; mais il ne les laisse pas isolés, il les unit dans une sainte et vivante communauté.

Demander à Dieu que ce règne vienne, c’est le supplier d’abord que ce règne grandisse en puissance là où il est, en sorte que rien ne se soustraie plus à sa domination absolue ; c’est ensuite prier pour que ce règne se propage, s’étende de proche en proche, d’âme à âme, de peuple à peuple, jusqu’à ce qu’il ait pénétré l’humanité tout entière, c’est enfin appeler de ses vœux le triomphe final de ce règne, le jour où celui qui en est le Sauveur et le Roi viendra le rassembler et l’élever à la perfection. (Rm 8, 21-23 ; Rm 2, 13 ; 2P 3, 12-13 ; Ap 22, 20)

Là où Dieu règne, sa volonté est faite, mais jusqu’à la venue parfaite de son règne dans la gloire, il y a pour ses enfants un long exercice d’obéissance par lequel ils doivent faire de continuels progrès : obéissance active pour accomplir cette volonté de Dieu dans les devoirs les plus difficiles ; obéissance passive pour accepter cette volonté, alors même qu’elle brise la nôtre et nous impose les plus douloureux sacrifices. «La prière s’étend ; ainsi jusqu’à l’état idéal où cette volonté sera faite sur la terre renouvelée comme elle est faite au ciel par les anges (Ps 103.20-22) et par les justes parvenus à la perfection.» Le ciel est la norme de la terre.— Bengel

«Avant de demander à Dieu les grâces spirituelles dont nous avons un si profond besoin, le Sauveur nous permet de nous décharger sur lui de nos soucis terrestres. (1 P 5, 7)C’est ainsi qu’il faut entendre cette demande, sans la spiritualiser arbitrairement en lui donnant pour objet « le pain de vie ». Pourquoi méconnaître cette miséricorde divine qui nous autorise à nous attendre à elle pour toutes choses ?

Dans ce sens qui seul convient à l’ensemble de cette requête, chaque mot porte son enseignement : Donne, car tout vient de toi, est un don de ta libéralité ; le riche doit s’en souvenir aussi bien que l’indigent ; nous, dans la communauté de la charité, de sorte que tous sentent que Dieu veut exaucer la prière du pauvre par son frère à qui il a déjà donné ; aujourd’hui, non des provisions pour un lointain avenir ; notre pain, la nourriture et ce qui est nécessaire à cette vie terrestre, non la richesse et l’opulence.

Reste ce mot que nous traduisons très imparfaitement, d’après l’ancienne version latine, par quotidien, ou de chaque jour. Il est difficile d’en bien déterminer le sens, parce que c’est, dans l’original, un mot composé qu’on peut expliquer par des étymologies diverses et parce que, en dehors de cette prière, il ne se retrouve ni dans le Nouveau Testament ni dans la littérature grecque. Il n’est pourtant que deux significations admissibles. On obtient l’une en faisant dériver cette expression d’un mot qui signifie : le jour qui vient : «Donne-nous aujourd’hui le pain du lendemain»

Nos péchés sont nos dettes devant Dieu, dettes énormes que nul ne peut payer (Mt 18, 24-25 ; Lc 7, 41-42), qui doivent nous être remises gratuitement. Cette prière même, enseignée par Jésus est une déclaration touchante que Dieu, dans sa miséricorde, pardonne à toute personne repentante qui l’implore. Son pardon est même beaucoup plus que la remise d’une dette à un débiteur, car en ôtant la peine du péché, il nous met en possession de tout son amour et de la vie éternelle. Et pourtant, le besoin du pardon se renouvelle sans cesse dans une conscience délicate, parce que journellement nous contractons quelque dette qui doit nous être remise.

Après avoir reçu le pardon de son péché, le chrétien ne craint rien autant que d’y retomber. De là cette demande. Quel en est l’objet ? Non que Dieu ne nous tente point, « il ne tente personne » intérieurement Jacques 1.13 ; non seulement qu’il « ne nous laisse pas tomber dans la tentation » quand déjà nous y sommes ; mais qu’il ne nous y amène pas, c’est-à-dire que, puisque tous les événements de notre vie sont dans sa main, il ne permette pas que nous soyons placés dans des situations extérieures telles que nous y trouverions la tentation et des occasions de chute (Mt 26, 41). Mais comme de telles situations, de telles épreuves sont presque inévitables en ce monde, cette prière s’appuie sur des promesses divines. 1 Co 10, 13)

Être préservé de la tentation, n’épuise pas le besoin profond de l’âme dans son état d’épreuve ; son ardente aspiration est d’être délivrée du mal. On peut traduire ainsi, ou bien du malin, du démon de qui procèdent les tentations. Le mot grec permettant l’un et l’autre sens, les opinions des interprètes sont très divisées. D’autres interprètes, tout en traduisant du mal, limitèrent le sens de ce terme au mal moral, au péché. Les catholiques et les luthériens font de ce dernier soupir de l’oraison dominicale une prière distincte de la précédente et obtiennent sept demandes, le nombre sacré des Écritures.

Quiconque souffre ainsi de ses péchés et en demande le pardon, est tout disposé à pardonner aux hommes qui l’auraient offensé ; ou plutôt, au moment de sa repentance et de sa prière, il a déjà pardonné au fond de son cœur. Cette leçon est empruntée à Luc. Le mot comme exprime, non la mesure de notre pardon, qui ne peut jamais se comparer au pardon de Dieu, mais la présence en nous de la disposition qui correspond au pardon divin et permet à celui-ci de se manifester. Luc dit : « Car nous-mêmes aussi nous remettons », ce qui exprime la même pensée.

Avec Luther l’idée du mal comme plus générale, répondant mieux à tous les besoins et s’appliquant au tentateur lui-même. Être délivré du mal sous toutes ses formes, mal physique, mal moral ; du péché et de toutes ses conséquences ; des tentations et de celui qui en est l’instigateur ; de la vanité sous laquelle soupire la créature : telle est la prière d’un exilé, d’un captif, d’un affligé qui implore son libérateur. D’autres interprètes, tout en traduisant du mal, limitèrent le sens de ce terme au mal moral, au péché. Les catholiques et les luthériens font de ce dernier soupir de l’oraison dominicale une prière distincte de la précédente et obtiennent sept demandes, le nombre sacré des Écritures.

Quiconque souffre ainsi de ses péchés et en demande le pardon, est tout disposé à pardonner aux hommes qui l’auraient offensé ; ou plutôt, au moment de sa repentance et de sa prière, il a déjà pardonné au fond de son cœur. Cette leçon est empruntée à Luc. Le mot comme exprime, non la mesure de notre pardon, qui ne peut jamais se comparer au pardon de Dieu, mais la présence en nous de la disposition qui correspond au pardon divin et permet à celui-ci de se manifester. Luc dit : « Car nous-mêmes aussi nous remettons », ce qui exprime la même pensée.

Diacre Michel Houyoux

Vidéo Prédicateur Pascal Denault : cliquez ici https://youtu.be/hYAxwMvY3rk

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Deuxième dimanche du Carême – Année B

Posté par diaconos le 19 février 2024

 

 Transfiguration of the Lord | Communio

# La Transfiguration est un épisode de la vie de Jésus-Christ relaté par le Nouveau Testament. Il s’agit d’un changement d’apparence corporelle de Jésus pendant quelques instants de sa vie terrestre, pour révéler sa nature divine à trois disciples. Cet état physique, considéré comme miraculeux, est rapporté dans les trois Évangiles synoptiques : (Mt 17,1-9, Mc 9,2-9, Lc 9,28-36). C’est, selon le christianisme, la préfiguration de l’état corporel annoncé aux croyants pour leur propre résurrection. Le lieu traditionnel de la Transfiguration est le mont Thabor, près du lac de Tibériade

Certains exégètes situent l’événement au mont Hermon, puisque les épisodes évangéliques qui l’encadrent se situent dans cette région. Pour les maronites, la Transfiguration a eu lieu dans la région de Bcharré, sur le mont Liban. Pour l’Église catholique, le but immédiat de la Transfiguration était de préparer le cœur des disciples à surmonter le scandale de la croix. Cette transfiguration est aussi une annonce de la « merveilleuse adoption qui fera de tous les croyants des fils de Dieu . L’Église orthodoxe fête elle aussi la Transfiguration. Dans l’Église d’Éthiopie, la fête est appelée Buhe.

# Le lieu de la Transfiguration est le mont Thabor, près du lac de Tibériade. Ce lieu fut choisi à l’époque byzantine pour sa proximité avec Nazareth et le lac de Tibériade. Certains exégètes situent l’événement au mont Hermon, puisque les épisodes évangéliques qui l’encadrent se situent dans cette région. Pour les maronites, la Transfiguration a eu lieu dans la région de Bcharré, sur le mont Liban. La montagne de la Transfiguration fait référence au mont Horeb et au mont Sinaï, deux lieux symboliques de l’Ancien Testament, en raison de la présence aux côtés du Christ de Moïse et d’Élie, dont les missions leur sont liées.

La nuée d’où sort la voix du Père fait écho à la nuée qui enveloppait les Hébreux lors de l’Exode et de leur traversée du désert. La proposition de saint Pierre de dresser trois tentes fait également référence selon certains observateurs à la tente de la rencontre dans l’Ancien Testament. Cette transfiguration est aussi une annonce de la « merveilleuse adoption qui fera de tous les croyants des fils de Dieu. Sa Transfiguration n’est pas une anticipation de la Résurrection – dans laquelle son corps sera transformé à Dieu – mais au contraire la présence du Dieu trinitaire et de toute l’histoire du salut dans son corps prédestiné à la croix.

De l’Évangile de Jésus Christ selon Marc

En ce temps-là, Jésus prit avec lui Pierre, Jacques et Jean, et les emmena, eux seuls, à l’écart sur une haute montagne. Et il fut transfiguré devant eux. Ses vêtements devinrent resplendissants, d’une blancheur telle que personne sur terre ne peut obtenir une blancheur pareille. Élie leur apparut avec Moïse, et tous deux s’entretenaient avec Jésus. Pierre alors prend la parole et dit à Jésus : « Rabbi, il est bon que nous soyons ici ! Dressons donc trois tentes :une pour toi, une pour Moïse, et une pour Élie. » De fait, Pierre ne savait que dire,tant leur frayeur était grande. Survint une nuée qui les couvrit de son ombre, et de la nuée une voix se fit entendre : Celui-ci est mon Fils bien-aimé : écoutez-le ! » Soudain, regardant tout autour, ils ne virent plus que Jésus seul avec eux.

Ils descendirent de la montagne, et Jésus leur ordonna de ne raconter à personne ce qu’ils avaient vu, avant que le Fils de l’homme soit ressuscité d’entre les morts. Et ils restèrent fermement attachés à cette parole ,tout en se demandant entre eux ce que voulait dire : « ressusciter d’entre les morts ». (Mc 9, 2-10)

Lumière du Christ

Lorsque quelqu’un nous sourit, son visage change. C’est magnifique à voir ! Comment ne pas aimer faire sourire les autres ? Une complicité alors s’installe, une communion, libre et vraie, fait entrevoir le bonheur. Jésus fut transfiguré et les disciples, Pierre, Jacques et Jean virent Jésus : sa lumière intérieure, son amour infini, ne cessaient de jaillir de son cœur… Son corps en fut irradié. Jésus, sur la montagne, n’était pas éclairé de l’extérieur par une lumière, c’était lui, dans son corps, qui était Lumière. Quelle fut cette lumière ? Ce fut le mystère même de Jésus. Élie et Moïse apparurent dans la lumière.

Furent-ils là pour confirmer aux apôtres la personne et l’œuvre de Jésus ? La lumière extraordinaire du Christ et la présence des plus hauts personnages de l’histoire d’Israël, donnèrent un bonheur prodigieux aux disciples. Nous comprenons alors l’exclamation de Pierre : «Rabbi, il est heureux que nous soyons ici.» Ils voulurent construire trois tentes. Joie prodigieuse devant le projet de Dieu qui trouve maintenant son achèvement. (Mc 9, 5) La transfiguration du Seigneur fait partie de la Bonne Nouvelle. Quand l’amour règne, il transfigure les êtres. L’amour puisé en Dieu épanouit et stimule. Il fait voir toute chose autrement par contre, sans amour ou envahi par la passion, les personnes deviennent vite dominées par la jalousie, l’avidité et l’insatisfaction chronique.

Marc nota : «Qu’il ne savait que dire, tant était grande leur frayeur». Bonheur ou frayeur ? Devant le mystère de Dieu, il y a bien ces deux sentiments. Bonheur de comprendre, bonheur de découvrir, bonheur de recevoir ce qui est le cœur du mystère de Dieu. La frayeur demeura cependant. Pierre ne comprit pas grand chose en ce moment extraordinaire. Il écrivit : «Ce ne sont pas des fables inventées…nous l’avons vu dans tout son éclat, quand nous l’avons vu sur la sainte montagne…, nous-mêmes, nous avons entendu cette voix venant du ciel, quand nous étions avec lui sur la montagne sainte : Celui-ci est mon fils bien-aimé en qui j’ai mis toute mon affection»

Voilà le cœur de la personnalité de Jésus, voilà la raison de cette irradiation de tout lui-même, la source de vie de son être : Jésus est aimé de son Père, il est son Fils, son bien-aimé. La Transfiguration s’achève par une recommandation : ne rien dire avant la Résurrection. Jésus annonce ainsi que cet amour qui l’unit à son Père ne sera vraiment entendu, compris que lorsque la croix aura été vue. Alors tous pourront entendre, écouter, recevoir le mystère éternel de l’amour de Dieu pour tous les hommes.

 NotNous ne savons presque rien de la vie de l’apôtre Pierre à partir du Concile de Jérusalem en l’an 49 (voir : Actes des apôtres au chapitre 15), jusqu’au moment où il écrit cette lettre de Rome, vers l’année 64, peu de temps avant sa mort.

Diacre Michel Houyoux

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Diocèse de Blois : cliquez ici pour lire l’article → 2e dimanche de carême B

La Croix : cliquez ici pour lire l’article → Deuxième dimanche de Carême B : la Transfiguration

Vidéo  KTO TV : La transfiguration : cliquez ici https://youtu.be/FGl2ZZbMzq

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