Fête de l’Ascension de Jésus

Posté par diaconos le 10 mai 2021

Jésus fut enlevé au ciel et s’assit à la droite de Dieu

 Fête de l'Ascension de Jésus dans Catéchèse ascension2

# L’Ascension est une fête chrétienne célébrée le quarantième jour à partir de Pâques2. Elle marque la dernière rencontre de Jésus avec ses disciples après sa résurrection et son élévation au ciel. Elle exprime un nouveau mode de présence du Christ, qui n’est plus visible dans le monde terrestre, mais demeure présent dans les sacrements. Elle annonce également la venue du Saint-Esprit dix jours plus tard et la formation de l’Église à l’occasion de la fête de la Pentecôte. Elle préfigure enfin pour les chrétiens la vie éternelle.

L’Ascension est un élément essentiel de la foi chrétienne : elle est mentionnée explicitement, tant dans le Symbole des apôtres que dans le Symbole de Nicée-Constantinople et donc partagée par les catholiques, les orthodoxes (l’Ascension du Seigneur est une des Douze Grandes Fêtes), les protestants et les fidèles des Églises antéchalcédoniennes. Le jeudi de l’Ascension est jour férié dans plusieurs pays.. Pour les orthodoxes, c’est respectivement le 28 mai et le 10 juin. L’Ascension marque dans la théologie chrétienne la fin de la présence physique de Jésus sur la Terre, après sa mort et sa Résurrection. Elle symbolise un nouveau mode de présence du Christ tout intérieure, universelle et hors du temps. Il est présent dans l’Eucharistie..

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De l’Évangile selon Marc

16 Celui qui croira et sera baptisé sera sauvé ; celui qui refusera de croire sera condamné. 17 Voici les signes qui accompagneront ceux qui deviendront croyants : en mon nom, ils expulseront les démons ; ils parleront en langues nouvelles ;  18 ils prendront des serpents dans leurs mains et, s’ils boivent un poison mortel, il ne leur fera pas de mal ; ils imposeront les mains aux malades, et les malades s’en trouveront bien. »

19 Le Seigneur Jésus, après leur avoir parlé, fut enlevé au ciel et s’assit à la droite de Dieu. 20 Quant à eux, ils s’en allèrent proclamer partout l’Évangile. Le Seigneur travaillait avec eux et confirmait la Parole par les signes qui l’accompagnaient.  (Mc 16, 15-20)

Celui qui croira et sera baptisé sera sauvé

La foi, condition du salut ; l’incrédulité, cause de la condamnation, tel est le grand principe de tout l’Évangile dans son application à l’homme  : « Celui qui croit au Fils a la vie éternelle; celui qui ne croit pas au Fils ne verra point la vie, mais la colère de Dieu demeure sur lui.  » (jn 3, 36) Si Marc ajouta à la foi le baptême, c’est que cette parole remplace l’ordre de baptiser que rapporta Matthieu (Matthieu 28, 19).

Ce symbole ne contribuera au salut que pour autant qu’il sera administré à celui qui croira. La foi, condition du salut ; l’incrédulité, cause de la condamnation, tel est le grand principe de tout l’Évangile dans son application à l’homme  : « Celui qui croit au Fils a la vie éternelle; celui qui ne croit pas au Fils ne verra point la vie, mais la colère de Dieu demeure sur lui. » (Jn 3, 36)

Si Marc ajouta  à la foi le baptême, ce fut que cette parole remplaça l’ordre de baptiser que rapporta Matthieu (Mt 28, 9). Ce symbole ne contribuera cependant au salut que pour autant qu’il sera administré à celui qui croira.  Plusieurs de ces prodiges parurent étrangers à la sobriété qui distingue les évangiles. Rien ne le prouva mieux que la nécessité où se trouvèrent certains exégètes d’expliquer dans un sens spirituel ces dons qu’ils ne purent entendre à la lettre.

Chasser les démons fut un pouvoir réellement exercé quelquefois par les apôtres ; Jésus le leur avait positivement conféré. Parler des langues nouvelles, c’est parler des langues non apprises d’une manière naturelle. Il ne s’agit donc pas du don de parler en langues dans un état d’extase. Saisir des serpents fut une répétition de la promesse de Jésus, qui eut lieu pour Paul à Malte ;  Jésus conféra aux siens le pouvoir de braver tous les dangers.

Le don de guérir des malades fut souvent exercé par les apôtres : « Et il se rencontra que le père de Publius était au lit, malade de la fièvre et de la dysenterie. Paul entra chez lui ; et ayant prié, il lui imposa les mains, et le guérit. » (Ac 28, 8)

Diacre Michel Houyoux

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◊ Cybercuré : cliquez ici pour lire l’article → Montée de Jésus au ciel : la fête de l’Ascension

◊ Mouvement des Focolari   : cliquez ici pour lire l’article →Fête de l’Ascension de Jésus

  Monseigneur Kockerols : « À l’Ascension, Dieu fait le pont entre le Ciel et la Terre ! »

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Mercoledì della quinta settimana di Pasqua

Posté par diaconos le 5 mai 2021

Mercoledì della quinta settimana di Pasqua dans articles en Italien Gesù-vera-vite1-1136x672

La Vera Vite è una parabola data da Gesù Cristo. È citato nel Vangelo secondo San Giovanni. Parla dell’importanza per il credente di rimanere attaccato alla vera vite che simboleggia Cristo, per portare « frutto in abbondanza ». Il frutto, essendo l’immagine della relazione tra il ramo e la pianta principale attraverso la linfa che circola tra i due, può riferirsi a molti altri passaggi biblici come il frutto dello Spirito in Galati 5 versetto 22.

Per Sant’Agostino, i tralci sono nella vite per ricevere da essa il loro principio vitale. L’uomo deve rimanere attaccato alle virtù date, alla parola trasmessa da Cristo per dare frutti sani. Benedetto XVI in un commento, affronta il tema della libertà e dei precetti divini. Mescolare le due cose non è incompatibile. Dobbiamo ascoltare Dio e lui ci darà la forza per creare e percorrere la nostra strada. Il raccolto spirituale sarà allora abbondante.

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Dal Vangelo secondo Giovanni.

01 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 02 Ogni tralcio che è in me e non porta frutto, il Padre mio lo toglie; e ogni tralcio che porta frutto, lo purifica con la potatura, perché ne porti di più. 03 Ma voi siete già purificati dalla parola che vi ho detto.

04 Rimanete in me, come io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da solo se non rimane nella vite, così nemmeno voi potete se non rimanete in me. 05 Io sono la vite e voi siete i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla.

06 Se qualcuno non rimane in me, viene scacciato come un ramo e appassisce. I rami secchi vengono raccolti e gettati nel fuoco e bruciano. 07 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e si avvererà per voi. 08 Questa è la gloria del Padre mio, che portate molto frutto e siete miei discepoli ». (Gv 15,1-8)

La vite e i rami

 Alcuni pensarono che fosse la vista del calice con cui istituì la Cena del Signore, quando disse : « Non berrò più del frutto della vite » ; altri pensarono che una vite adornasse le pareti esterne della stanza superiore e che i suoi tralci entrassero dalle finestre.

Gli esegeti che ammirano il fatto che questo discorso sia stato pronunciato all’aria aperta, sulle pendici del Kidron, hanno immaginato Gesù che passa lungo una vigna. Ma poiché Giovanni ha taciuto su questo dettaglio, aggiungeremo, con R. Strier, che c’era qualcosa di meschino nel pensare che Gesù doveva avere davanti agli occhi l’oggetto materiale di cui faceva un’immagine.

Ciò che è degno di tutta la nostra attenzione è la mirabile parabola in cui ha ritratto la sua unione con i suoi, quell’unione di cui parlava loro, quell’unione che era così viva, così intima, così organica come quella dei tralci con la vite da cui traevano la loro linfa, la loro vita, la loro fertilità. Egli è la vera vite, quella reale, quella che, nella sfera spirituale e morale, e nelle sue relazioni con le anime, realizza pienamente l’idea della vite nella natura.

La vite è una pianta senza aspetto e bellezza, ma è perenne e produce frutti squisiti e un vino generoso. Una tale pianta dà luogo a un vero confronto di ricchezza e bellezza. « Il Padre mio è il vignaiolo », ha aggiunto Gesù. È stato Dio che ha piantato questa vite in mezzo alla nostra umanità, mandando suo Figlio nel mondo, e che, con l’effusione dello Spirito, l’ha fatta crescere; è stato Dio che ha portato le anime in comunione con Gesù.

Ci sono tralci selvatici sulla vite che non danno mai frutti; il vignaiolo li taglia, affinché non assorbano inutilmente la linfa. Un uomo può, in vari modi, appartenere esteriormente a Gesù Cristo aderendo alla sua Chiesa, professando la fede cristiana senza partecipare alla vita santificante di Cristo. Prima o poi si troverà tagliato fuori, escluso da questa apparente comunione con Gesù.

I veri rami portano frutto. Questi Dio pulisce, pota, purifica e pota. Gesù aveva detto che questi rami fertili dovevano essere ripuliti da tutti i getti inutili, e anche da parte del loro fogliame che avrebbe impedito la maturazione dei frutti. È ancora Dio che porta avanti quest’opera di purificazione e santificazione continua nei suoi figli, la compie con la sua Parola, con il suo Spirito, con tutti i mezzi della sua grazia.

Se questo non basta, il coltivatore celeste usa lo strumento tagliente e doloroso delle prove, delle sofferenze e delle rinunce che impone ai suoi figli. Gesù, rivolgendosi ai suoi discepoli, li rassicura su questa parola severa : « Egli purifica ogni tralcio che porta frutto » ; essi erano già puliti e puri: per mezzo della parola divina che Gesù annunciava loro, un principio imperituro di vita nuova si depositava nei loro cuori, e vi si sviluppava a poco a poco fino alla perfezione.

Gesù invitava i suoi discepoli a rinunciare costantemente a tutti i propri meriti, a tutta la propria saggezza, a tutta la propria volontà e forza, e questa era la condizione per vivere la comunione con Lui. Se farai questo, io resterò in te come la fonte inesauribile della tua vita spirituale. « Se non lo fate, vi condannerete alla sterilità del tralcio separato dalla vite. « 

Per rendere ancora più evidente la conseguenza negativa di cui sopra, Gesù dichiarò solennemente che lui era la vite e i suoi discepoli erano i tralci; per concludere che in lui avrebbero portato molto frutto, ma che senza di lui non ne avrebbero portato nessuno, più del tralcio separato dalla vite.

Ma chi porta questo frutto ? Da ciò segue che è lo Spirito di Cristo che, come la linfa della vite nel tralcio, solo ci fa portare frutto; e questo è confermato dal fatto dell’esperienza che noi al di fuori di Cristo, come il tralcio staccato dalla vite, non possiamo produrre nulla, nulla di veramente buono, nulla che porti lo sguardo del santo Dio e gli sia gradito.

Il tema qui formulato non è quello dell’impotenza morale dell’uomo naturale per qualsiasi bene; è quello dell’infruttuosità del credente lasciato alle proprie forze, quando si tratta di produrre o far progredire la vita spirituale, la vita di Dio, in sé o negli altri.

Non solo chi non dimora in Gesù, in comunione vivente con Lui, non può fare nulla, ma va incontro a una successione di giudizi terribili. Il tralcio separato dalla vite viene prima gettato fuori, fuori dalla vigna che rappresenta il regno di Dio, e necessariamente appassisce, poiché non riceve più la linfa della vite. Pensiamo a Giuda, per esempio, di cui Gesù ha annunciato la rovina.

Questo giudizio, moralmente compiuto ora, avrà il suo tragico esito nell’ultimo giorno, come descritto nelle parole: « Raccolgono questi rami e li gettano nel fuoco ed essi bruciano ».

Dopo aver pronunciato queste paurose parole, Gesù ritorna con tenerezza ai suoi discepoli che dimorano in lui (la parola se non esprime un dubbio), e promette loro le grazie più preziose : tutte le loro preghiere saranno esaudite (Giovanni 15:16; Giovanni 14:13-14; Giovanni 16:23), ed essi avranno la felicità di glorificare Dio con frutti abbondanti.

La comunione dei discepoli con Gesù è espressa qui dalle due parole: Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, non, come i versi 4 e 5 implicherebbero, e io rimango in voi. Le parole di Gesù, che sono spirito e vita, e che conservano nei loro cuori, sono il legame vivente di comunione con Lui. Ispirati da loro, sono alla fonte di tutte le grazie divine, e le loro preghiere, che non saranno altro che le parole di Gesù trasformate in richieste, otterranno sempre una risposta sicura.

Dio, nelle sue perfezioni, nella sua potenza, nella sua santità, nel suo amore, si glorifica riproducendo, nel più piccolo dei suoi figli, questi vari tratti della sua somiglianza, più che con tutta la magnificenza delle opere della creazione. Portate molto frutto alla gloria di Dio; questa sarà la prova sicura che siete miei discepoli e il mezzo per diventarlo sempre di più.

Diacono Michel Houyoux

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◊ Andrea Bigalli : clicca qui leggere l’articolo →  Mercoledì della quinta settimana di pasqua

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  Omelia del Padre Armando

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VI Domenica di Pasqua Anno B

Posté par diaconos le 4 mai 2021

Non c’è amore più grande che dare la vita per quelli che ami

6 DOMENICA DI PASQUA

# L’11 luglio 2017, Papa Francesco ha introdotto l’offerta della vita come uno dei casi nel processo di beatificazione e canonizzazione. Il motu proprio prende il titolo dalle parole di Gesù riportate nel Vangelo secondo San Giovanni: « non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che si ama » (Gv 15,13). Certamente, l’offerta eroica della propria vita, suggerita e sostenuta dalla carità, esprime una vera, piena ed esemplare imitazione di Cristo, e per questo merita quell’ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che hanno accettato volontariamente il martirio del sangue o hanno esercitato le virtù cristiane a livello eroico.

Maiorem hac dilectionem (latino per « [Non c'è] amore più grande ») è una lettera apostolica in forma di motu proprio emessa l’11 luglio 2017 da Papa Francesco. Introduce l’ »offerta della vita » come uno dei casi nella procedura di beatificazione e canonizzazione. Riguarda i cristiani che « hanno offerto volontariamente e liberamente la loro vita per gli altri e hanno perseverato in questa intenzione fino alla morte ».

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo San Giovanni

09 Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. 12 Questo è il mio comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per coloro che si amano.

14 Voi siete miei amici se fate quello che vi comando.
15 Non vi chiamo più servi, perché un servo non sa quello che fa il suo padrone; vi chiamo amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. 16 Voi non avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho reso responsabili, perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga. Allora qualsiasi cosa chiederete al Padre nel mio nome, ve la darà. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. «  (Gv 15,9-17)

Dio è amore

« Dio è amore. » Queste tre piccole parole ci rivelano la vera natura di Dio. Dio è amore, prima di tutto all’interno della sua stessa natura divina composta da tre persone che non cessano di comunicare tra loro, che non fanno altro che amarsi.

Dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza. Siamo esseri fatti per amare e per essere amati. La tragedia è proprio quando questo amore manca, quando è mal dato o mal ricevuto. I media sono pieni di queste storie d’amore iniziate male o finite male…

Gesù ci ha lasciato, come un testamento, due grandi affermazioni : « Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi e Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi ». Che immensa verità! Che enorme felicità !

Per questo Gesù può dire ai suoi discepoli : « Amatevi gli uni gli altri », Amatevi gli uni gli altri con quell’amore che ricevete dal Padre e che io vi ho mostrato attraverso le mie parole, le mie azioni e tutta la mia vita, compresa la mia morte e risurrezione.

Come amarsi l’un l’altro ?

In questo settore, non ci sono ricette pronte. I Vangeli ci mostrano l’amore del Signore per gli uomini: il suo amore è universale, cioè è offerto a tutti senza alcuna esclusione. Quando amiamo veramente e quando sappiamo di essere amati, cresciamo e l’altra persona si sente sistemata nella vita. Sta a noi fare lo stesso !

Guardiamo come l’amore scende da Dio: il Padre ama Gesù, Gesù ci ama e noi, su sua richiesta (Vangelo), cui fa eco Giovanni (Seconda Lettura), cerchiamo di amarci gli uni gli altri. Cerchiamo di farlo alla maniera di Dio, come Dio stesso e suo Figlio hanno fatto con noi. Questo significa amarsi l’un l’altro abbondantemente, come fece Gesù, anche fino a dare la vita se necessario.

Amare fino al punto di dare la vita. « Questo è il mio corpo dato, il mio sangue versato; fate questo in memoria di me, fate questo come me! « La misura dell’amore è dare senza misura ». Amatevi l’un l’altro…. . Chi devo amare ? Per chi sono responsabile ? Chi si aspetta qualcosa da me ? Qual è il mio atteggiamento verso chi mi circonda, la mia famiglia, i miei colleghi di lavoro ?

L’apostolo Pietro (prima lettura) fu il primo a stupirsi, insieme agli ebrei che lo accompagnavano, nel vedere che il centurione dell’esercito reale si gettava in ginocchio e che anche i pagani ricevevano il dono dello Spirito in abbondanza. Dio dà senza meschinità, generosamente, abbondantemente e ci invita a fare lo stesso.

Siamo chiamati, con quello che siamo e dove siamo, a dare, a donarci e a perdonare… e a ricominciare senza mai fermarci. Che il nostro cuore sia la misura del cuore di Dio! E che la nostra mano, se possibile, sia la stessa! Non ci pentiremo mai di essere stati buoni e anche troppo buoni. Ma ci pentiremo sempre di aver chiuso la nostra mano e il nostro cuore quando gli altri li hanno aperti per ricevere da noi.

« Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi… Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi ».

Diacono Michel Houyoux

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 Padre Fernando Armellini

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Quinta domenica di Pasqua – Anno B

Posté par diaconos le 29 avril 2021

Chi rimane in me e io in lui, produce molto frutto

#Vangelo: Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto.

# Nella teologia cristiana si parla di unione mistica quando si descrive lo stretto legame esistenziale personale, la comunione, che unisce il cristiano a Gesù Cristo e attraverso la quale partecipa ai benefici salvifici della sua vita, morte e resurrezione. Questa comunione è chiamata « mistica » perché si realizza in modo misterioso e soprannaturale. All’interno del cristianesimo ci sono diversi approcci al tema dell’unione mistica. Per il cattolicesimo romano e parti dell’anglicanesimo e del luteranesimo, questa unione è stabilita attraverso il battesimo e alimentata dai sacramenti, che sono visti come il mezzo privilegiato attraverso il quale la grazia viene comunicata.

Il misticismo enfatizza così tanto l’identificazione di Cristo con il cristiano che, sostiene, avviene una specie di fusione totale, pur rimanendo persone distinte. Il razionalismo religioso concepisce Dio come una realtà immanente nel mondo e in ogni mente umana. Cristo sarebbe immanente nella natura e nello spirito umano. La salvezza è quindi concepita universalisticamente, indipendentemente dalla credenza cosciente in Cristo dell’individuo. Ecco perché cita spesso il testo biblico: « Perché come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno resi vivi » (1 Corinzi 15, 22)

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Dal Vangelo di Giovanni

Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo ».  Ogni tralcio che non porta frutto in me lo toglie; e ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto.  Voi siete già mondi per la parola che vi ho detto.  Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé se non rimane nella vite, così voi non potete portare frutto se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, produce molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come la vite e appassisce; poi li raccolgono, li gettano nel fuoco e li bruciano.  Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio, che voi portate molto frutto e diventate miei discepoli. «  (Giovanni 15, 1-8)

Cosa significa essere un cristiano ?

Con questa pagina del Vangelo di Giovanni, siamo arrivati al cuore della fede : Gesù spiega alla fine ai suoi discepoli cosa significa essere suo discepolo. Gesù non è solo una guida o un compagno, un amico o un fratello. Lui è la nostra vita. Egli è vivo in ognuno di noi e ci fa vivere con la sua vita divina. Ci insegna che lui è la vera vite, ma non l’unica; lui è la vite, il tronco al quale vuole unire tutti quelli che chiama alla vita : « Io sono la vite e voi siete i tralci. »  

Nella prima lettura, abbiamo l’esempio di qualcuno che si è fatto circoncidere.  Sulla via di Damasco, Paolo fu spogliato di tutto e innestato nella vera vite che era Cristo, di cui doveva essere uno dei tralci più fecondi. Noi cristiani siamo uniti a Lui per fede e battesimo. Ciò che Dio si aspetta da noi è che siamo una vite viva che porta frutto.

Tutto questo sarà veramente possibile solo se siamo uniti a Cristo; c’è una parola che ricorre sette volte in poche righe, ed è il verbo « dimorare ».  « Rimanete in me!  « Gesù ci dice. I cristiani sono uomini e donne che dimorano in Cristo. Sorge allora l’inevitabile domanda: dimorare in Gesù, sì, ma come ? Come possiamo essere sicuri che lo incontreremo ? Non è lo stesso che con il nostro vicino di casa nel quartiere o nel villaggio. Non incontriamo Gesù direttamente, ma attraverso intermediari.

Abbiamo tre modi per farlo: attraverso la Parola di Dio, attraverso la preghiera e i sacramenti, e attraverso la vita quotidiana. La via della Parola di Dio: per rimanere in Cristo, dobbiamo rimanere nella Sua Parola. Dobbiamo darci il tempo di riceverlo. Questa Parola di Dio ci viene data attraverso la Bibbia, il Vangelo, una rivista, un libro religioso, un programma cristiano alla radio o alla televisione, e anche attraverso la Parola proclamata nella Messa domenicale. Ci diamo il tempo di ricevere questa parola ?

Il secondo modo per rimanere in Cristo è attraverso la preghiera e i sacramenti. Per rimanere alla Sua presenza, dobbiamo parlare con Lui e ascoltarLo. Questa è una preghiera fedele, regolare e frequente, non solo una piccola preghiera di tanto in tanto. Parliamo a Gesù per affidargli qualcuno, o per dirgli grazie, o per chiedergli di illuminare la nostra vita. La preghiera ci aiuta a rimanere in comunione con Cristo.

Questa comunione si realizza anche attraverso i sacramenti, specialmente l’Eucaristia: è la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana. Ci permette di essere uniti a Cristo, di diventare uno con lui. Riceviamo il suo amore per viverlo nella nostra vita quotidiana. La terza via è quella della vita quotidiana: ciò che rende una vita degna di essere vissuta non sono le belle parole ma l’amore reciproco, i gesti di condivisione, accettazione e solidarietà.

Non scoraggiamoci quando siamo stati infedeli, quando ci sentiamo come rami morti. Dio è più grande dei nostri cuori e sa tutto. Il suo amore misericordioso può sempre legarci alla vera vite e farci portare frutto in abbondanza. In breve, ciò che Gesù ci chiede è di essere collegati a Lui in ogni situazione della nostra vita. Allora la nostra vita porterà frutto e Dio sarà orgoglioso di noi. È qui che troveremo il vero significato della nostra vita.

Diacono Michel Houyoux

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  Padre Fernando Armellini  « Quinta domenica di Pasqua – Anno B »

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