VI Domenica di Pasqua Anno B

Posté par diaconos le 4 mai 2021

Non c’è amore più grande che dare la vita per quelli che ami

6 DOMENICA DI PASQUA

# L’11 luglio 2017, Papa Francesco ha introdotto l’offerta della vita come uno dei casi nel processo di beatificazione e canonizzazione. Il motu proprio prende il titolo dalle parole di Gesù riportate nel Vangelo secondo San Giovanni: « non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che si ama » (Gv 15,13). Certamente, l’offerta eroica della propria vita, suggerita e sostenuta dalla carità, esprime una vera, piena ed esemplare imitazione di Cristo, e per questo merita quell’ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che hanno accettato volontariamente il martirio del sangue o hanno esercitato le virtù cristiane a livello eroico.

Maiorem hac dilectionem (latino per « [Non c'è] amore più grande ») è una lettera apostolica in forma di motu proprio emessa l’11 luglio 2017 da Papa Francesco. Introduce l’ »offerta della vita » come uno dei casi nella procedura di beatificazione e canonizzazione. Riguarda i cristiani che « hanno offerto volontariamente e liberamente la loro vita per gli altri e hanno perseverato in questa intenzione fino alla morte ».

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo San Giovanni

09 Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. 12 Questo è il mio comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per coloro che si amano.

14 Voi siete miei amici se fate quello che vi comando.
15 Non vi chiamo più servi, perché un servo non sa quello che fa il suo padrone; vi chiamo amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. 16 Voi non avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho reso responsabili, perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga. Allora qualsiasi cosa chiederete al Padre nel mio nome, ve la darà. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. «  (Gv 15,9-17)

Dio è amore

« Dio è amore. » Queste tre piccole parole ci rivelano la vera natura di Dio. Dio è amore, prima di tutto all’interno della sua stessa natura divina composta da tre persone che non cessano di comunicare tra loro, che non fanno altro che amarsi.

Dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza. Siamo esseri fatti per amare e per essere amati. La tragedia è proprio quando questo amore manca, quando è mal dato o mal ricevuto. I media sono pieni di queste storie d’amore iniziate male o finite male…

Gesù ci ha lasciato, come un testamento, due grandi affermazioni : « Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi e Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi ». Che immensa verità! Che enorme felicità !

Per questo Gesù può dire ai suoi discepoli : « Amatevi gli uni gli altri », Amatevi gli uni gli altri con quell’amore che ricevete dal Padre e che io vi ho mostrato attraverso le mie parole, le mie azioni e tutta la mia vita, compresa la mia morte e risurrezione.

Come amarsi l’un l’altro ?

In questo settore, non ci sono ricette pronte. I Vangeli ci mostrano l’amore del Signore per gli uomini: il suo amore è universale, cioè è offerto a tutti senza alcuna esclusione. Quando amiamo veramente e quando sappiamo di essere amati, cresciamo e l’altra persona si sente sistemata nella vita. Sta a noi fare lo stesso !

Guardiamo come l’amore scende da Dio: il Padre ama Gesù, Gesù ci ama e noi, su sua richiesta (Vangelo), cui fa eco Giovanni (Seconda Lettura), cerchiamo di amarci gli uni gli altri. Cerchiamo di farlo alla maniera di Dio, come Dio stesso e suo Figlio hanno fatto con noi. Questo significa amarsi l’un l’altro abbondantemente, come fece Gesù, anche fino a dare la vita se necessario.

Amare fino al punto di dare la vita. « Questo è il mio corpo dato, il mio sangue versato; fate questo in memoria di me, fate questo come me! « La misura dell’amore è dare senza misura ». Amatevi l’un l’altro…. . Chi devo amare ? Per chi sono responsabile ? Chi si aspetta qualcosa da me ? Qual è il mio atteggiamento verso chi mi circonda, la mia famiglia, i miei colleghi di lavoro ?

L’apostolo Pietro (prima lettura) fu il primo a stupirsi, insieme agli ebrei che lo accompagnavano, nel vedere che il centurione dell’esercito reale si gettava in ginocchio e che anche i pagani ricevevano il dono dello Spirito in abbondanza. Dio dà senza meschinità, generosamente, abbondantemente e ci invita a fare lo stesso.

Siamo chiamati, con quello che siamo e dove siamo, a dare, a donarci e a perdonare… e a ricominciare senza mai fermarci. Che il nostro cuore sia la misura del cuore di Dio! E che la nostra mano, se possibile, sia la stessa! Non ci pentiremo mai di essere stati buoni e anche troppo buoni. Ma ci pentiremo sempre di aver chiuso la nostra mano e il nostro cuore quando gli altri li hanno aperti per ricevere da noi.

« Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi… Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi ».

Diacono Michel Houyoux

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 Padre Fernando Armellini

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Quinta domenica di Pasqua – Anno B

Posté par diaconos le 29 avril 2021

Chi rimane in me e io in lui, produce molto frutto

#Vangelo: Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto.

# Nella teologia cristiana si parla di unione mistica quando si descrive lo stretto legame esistenziale personale, la comunione, che unisce il cristiano a Gesù Cristo e attraverso la quale partecipa ai benefici salvifici della sua vita, morte e resurrezione. Questa comunione è chiamata « mistica » perché si realizza in modo misterioso e soprannaturale. All’interno del cristianesimo ci sono diversi approcci al tema dell’unione mistica. Per il cattolicesimo romano e parti dell’anglicanesimo e del luteranesimo, questa unione è stabilita attraverso il battesimo e alimentata dai sacramenti, che sono visti come il mezzo privilegiato attraverso il quale la grazia viene comunicata.

Il misticismo enfatizza così tanto l’identificazione di Cristo con il cristiano che, sostiene, avviene una specie di fusione totale, pur rimanendo persone distinte. Il razionalismo religioso concepisce Dio come una realtà immanente nel mondo e in ogni mente umana. Cristo sarebbe immanente nella natura e nello spirito umano. La salvezza è quindi concepita universalisticamente, indipendentemente dalla credenza cosciente in Cristo dell’individuo. Ecco perché cita spesso il testo biblico: « Perché come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno resi vivi » (1 Corinzi 15, 22)

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Dal Vangelo di Giovanni

Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo ».  Ogni tralcio che non porta frutto in me lo toglie; e ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto.  Voi siete già mondi per la parola che vi ho detto.  Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé se non rimane nella vite, così voi non potete portare frutto se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, produce molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come la vite e appassisce; poi li raccolgono, li gettano nel fuoco e li bruciano.  Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio, che voi portate molto frutto e diventate miei discepoli. «  (Giovanni 15, 1-8)

Cosa significa essere un cristiano ?

Con questa pagina del Vangelo di Giovanni, siamo arrivati al cuore della fede : Gesù spiega alla fine ai suoi discepoli cosa significa essere suo discepolo. Gesù non è solo una guida o un compagno, un amico o un fratello. Lui è la nostra vita. Egli è vivo in ognuno di noi e ci fa vivere con la sua vita divina. Ci insegna che lui è la vera vite, ma non l’unica; lui è la vite, il tronco al quale vuole unire tutti quelli che chiama alla vita : « Io sono la vite e voi siete i tralci. »  

Nella prima lettura, abbiamo l’esempio di qualcuno che si è fatto circoncidere.  Sulla via di Damasco, Paolo fu spogliato di tutto e innestato nella vera vite che era Cristo, di cui doveva essere uno dei tralci più fecondi. Noi cristiani siamo uniti a Lui per fede e battesimo. Ciò che Dio si aspetta da noi è che siamo una vite viva che porta frutto.

Tutto questo sarà veramente possibile solo se siamo uniti a Cristo; c’è una parola che ricorre sette volte in poche righe, ed è il verbo « dimorare ».  « Rimanete in me!  « Gesù ci dice. I cristiani sono uomini e donne che dimorano in Cristo. Sorge allora l’inevitabile domanda: dimorare in Gesù, sì, ma come ? Come possiamo essere sicuri che lo incontreremo ? Non è lo stesso che con il nostro vicino di casa nel quartiere o nel villaggio. Non incontriamo Gesù direttamente, ma attraverso intermediari.

Abbiamo tre modi per farlo: attraverso la Parola di Dio, attraverso la preghiera e i sacramenti, e attraverso la vita quotidiana. La via della Parola di Dio: per rimanere in Cristo, dobbiamo rimanere nella Sua Parola. Dobbiamo darci il tempo di riceverlo. Questa Parola di Dio ci viene data attraverso la Bibbia, il Vangelo, una rivista, un libro religioso, un programma cristiano alla radio o alla televisione, e anche attraverso la Parola proclamata nella Messa domenicale. Ci diamo il tempo di ricevere questa parola ?

Il secondo modo per rimanere in Cristo è attraverso la preghiera e i sacramenti. Per rimanere alla Sua presenza, dobbiamo parlare con Lui e ascoltarLo. Questa è una preghiera fedele, regolare e frequente, non solo una piccola preghiera di tanto in tanto. Parliamo a Gesù per affidargli qualcuno, o per dirgli grazie, o per chiedergli di illuminare la nostra vita. La preghiera ci aiuta a rimanere in comunione con Cristo.

Questa comunione si realizza anche attraverso i sacramenti, specialmente l’Eucaristia: è la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana. Ci permette di essere uniti a Cristo, di diventare uno con lui. Riceviamo il suo amore per viverlo nella nostra vita quotidiana. La terza via è quella della vita quotidiana: ciò che rende una vita degna di essere vissuta non sono le belle parole ma l’amore reciproco, i gesti di condivisione, accettazione e solidarietà.

Non scoraggiamoci quando siamo stati infedeli, quando ci sentiamo come rami morti. Dio è più grande dei nostri cuori e sa tutto. Il suo amore misericordioso può sempre legarci alla vera vite e farci portare frutto in abbondanza. In breve, ciò che Gesù ci chiede è di essere collegati a Lui in ogni situazione della nostra vita. Allora la nostra vita porterà frutto e Dio sarà orgoglioso di noi. È qui che troveremo il vero significato della nostra vita.

Diacono Michel Houyoux

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  Padre Fernando Armellini  « Quinta domenica di Pasqua – Anno B »

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Lunedì della quarta settimana di Pasqua

Posté par diaconos le 26 avril 2021

Le Bon Berger comme exemple parfait de service

# Il Buon Pastore è una delle parole o « titoli » con cui Gesù si identifica (Gv 10,11). È una delle sette parole Io sono… che si trova solo nel Vangelo di Giovanni e si riferisce a un aspetto della missione di Gesù: colui che raccoglie, guida, cerca (i perduti) e dà la sua vita per gli altri. Egli nutre le sue pecore o riporta la pecora perduta. Questo nome è l’origine della parola « pastore » usata nel cristianesimo.

Questa immagine si riferisce sempre a Dio nell’Antico Testamento. Il tema del Buon Pastore è stato ampiamente utilizzato nell’arte greca antica, dove è stato applicato al criophorico Hermes, ma anche ai portatori di offerte, e poi nell’arte romana, dove è stato particolarmente utilizzato in un contesto funerario, secondo formule che si ispirano pienamente alla nascente arte cristiana. Questo tema avrebbe esso stesso dei prototipi sumeri. L’iconografia cristiana raffigura Cristo, l’Agnello di Dio, portato da Giovanni Battista, e poi Gesù a sua volta è diventato il Buon Pastore che raccoglie la pecora smarrita, un tema che ha ispirato molti artisti cristiani. Le Suore di Gesù Buon Pastore sono una congregazione religiosa fondata in Italia nel XX secolo da Padre Giacomo Alberione.

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo San Giovanni

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: « Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo ». Ogni tralcio in me che non porta frutto, il Padre mio lo toglie; ogni tralcio che porta frutto lo purifica con la potatura, perché ne porti di più. Ma voi siete già stati purificati dalla parola che vi ho detto. Rimanete in me, come io in voi.

Come il tralcio non può portare frutto da solo se non rimane nella vite, così nemmeno voi potete farlo se non rimanete in me. Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Se qualcuno non rimane in me, viene scacciato come un ramo e appassisce. I rami secchi vengono raccolti e gettati nel fuoco, e bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. È a gloria del Padre mio che voi portiate molto frutto e siate miei discepoli.  » (Gv 10,1-10)

i falsi pastori e il vero pastore

La condotta dei Giudei, che cercavano di annullare l’impressione fatta dalla guarigione del cieco, o negando il miracolo o perseguitando colui che ne era l’oggetto, obbligò Gesù a dire loro alcune dure verità sulla loro stessa cecità : allora Gesù disse : « Sono venuto in questo mondo per dare un giudizio : che quelli che non vedono vedano e che quelli che vedono diventino ciechi.  Quando i farisei che erano con lui sentirono questo, gli dissero : « Siamo forse ciechi anche noi ?  Gesù rispose loro : « Se foste ciechi, non avreste peccato; ma finché dite: « Noi vediamo », il vostro peccato rimane.  » (Gv 9, 39-41)

Ha cercato di far sentire a questi orgogliosi persecutori che non erano meno colpevoli come capi del popolo che come individui. Le sue prime parole furono solenni : « In verità, in verità. » Questa bella allegoria, che Gesù prese in prestito dai costumi pastorali dell’Oriente, era familiare ai suoi ascoltatori. Per preservare i loro greggi dalle bestie feroci o dai ladri, i pastori li riunivano in aperta campagna, in un ovile circondato da un muro.

C’era una porta alla quale un servo ben armato stava di guardia e lasciava entrare solo i pastori a lui noti. Questi pastori venivano al mattino e ognuno chiamava le sue pecore, che, conoscendo la sua voce, lo seguivano al pascolo. Gesù stesso ha spiegato nel suo discorso il significato spirituale che attribuiva a questa allegoria.  Nella prima esposizione della parabola sono già implicite le applicazioni che Gesù fa delle due caratteristiche principali: la porta e il pastore legittimo. La porta rappresenta Gesù stesso; e il pastore non può essere altro che il buon Pastore; di lui solo si può dire con verità che « le pecore gli appartengono » e che « le chiama per nome ».

L’ovile delle pecore è il popolo di Dio, Israele, il cui pastore Geova, attraverso i suoi profeti, si era proclamato, e al quale aveva promesso di mandare pastori secondo il suo cuore.  La porta, attraverso la quale ogni vero pastore di pecore deve entrare, non è solo l’autorizzazione divina ad entrare nell’ovile (Tholuck, Godet e altri), ma Cristo stesso. I veri pastori del popolo di Dio possono entrare nella loro chiamata solo attraverso di Lui; Egli li abilita e li chiama; Egli stabilisce un rapporto intimo tra loro e le pecore.

I farisei, tuttavia, non erano così, perché erano indipendenti da Lui, miscredenti e nemici della Sua verità, e pretendevano di essere i capi del popolo di Dio. Gesù non si riferiva ancora a se stesso con questa immagine della porta, anche se poi lo fa espressamente.  Colui che entra attraverso Cristo è un pastore di pecore, al contrario di un ladro e di una ladra. Era diverso quando Gesù stesso si definiva il buon pastore.

Se Gesù iniziò indicando le condizioni che ogni pastore di pecore doveva soddisfare, per dimostrare che i governanti del popolo erano ladri, il suo pensiero, lasciando la generalità, si rivolse all’unico vero pastore. Il portiere è, come abbiamo indicato, quel servo armato che sorvegliava l’ingresso dell’ovile. Poiché Gesù non ha interpretato questa caratteristica della similitudine, gli esegeti hanno voluto supplire al suo silenzio.

Alcuni, dunque, vedevano in questo portinaio Dio che apre l’ingresso al suo regno; altri, lo Spirito Santo che prepara i cuori ad esso; altri, Mosè che, attraverso la legge, apre la strada al Vangelo; altri, Cristo stesso; altri, infine, Giovanni Battista, il precursore di Gesù. Di queste varie interpretazioni, l’ultima è la più probabile.

Con la sua chiamata, il pastore selezionerebbe le pecore; quelle che sentono la sua voce rappresenterebbero i membri vivi del gregge, secondo l’espressione di Calvino, o, secondo la spiegazione di M. Godet, queste pecore, che il pastore conduce fuori, rappresenterebbero l’uscita del gregge messianico dal recinto teocratico votato alla rovina. Le pecore, lungi dal seguire un estraneo, fuggiranno da lui, per questa ragione che non conoscono la voce degli estranei. C’è in ogni vero discepolo di Gesù un tatto cristiano, un discernimento degli spiriti.

Ciò che gli ascoltatori di Gesù non capivano erano le cose spirituali e morali che insegnava. Non potevano e non volevano capirli, perché la loro cecità li rendeva incapaci di cogliere tali verità.  Questo è ciò che gli oppositori non volevano capire o credere, che Gesù Cristo era la porta delle pecore, attraverso la quale solo i veri pastori e le pecore stesse entrano.  termini ladri e rapinatori non possono essere applicati ai falsi messia, che non apparvero fino ad una data successiva.

Gesù parlava solo degli attuali capi della teocrazia, ai quali era rivolto questo discorso.  Non meritavano forse gli epiteti di ladri e briganti, quegli uomini che si erano impadroniti del popolo di Dio per opprimerlo con la loro tirannia; che, « avendo tolto la chiave della conoscenza, non erano entrati loro stessi, ma avevano impedito a coloro che volevano entrare.

Non erano solo le anime pie che si rifiutavano di ascoltare i farisei e gli scribi, ma, in generale, le classi povere e sofferenti del popolo, per le quali questi uomini non avevano cuore, che si sentivano abbandonati come pecore senza pastore, e che tremavano di paura sotto l’oppressione dei loro capi :  « I suoi genitori dissero questo perché temevano i giudei; infatti i giudei avevano già concordato che se qualcuno avesse riconosciuto Gesù come il Cristo, sarebbe stato escluso dalla sinagoga.  » (Gv 9,22)

Gesù ha appena detto che le pecore non ascoltano la voce dei falsi capi; ha descritto la condizione felice di coloro che vengono a lui. Lui è la porta. Se qualcuno entra per mezzo di lui nell’ovile delle pecore, e per mezzo di lui si riconcilia con Dio ed entra nel suo regno, questo è il grande bene che godrà: sarà salvato con la salvezza eterna. Ancora una volta, Gesù traccia il contrasto tra il ladro che aveva solo pensieri di ingiustizia, omicidio e distruzione, e se stesso che era la fonte della vita, della vita eterna, per i suoi, che poteva e avrebbe comunicato loro in abbondanza. Con questa affermazione della sua infinita compassione e amore per le pecore, Gesù ha preparato la rivelazione che ha dato presentandosi come il buon pastore, in contrasto con l’immagine del mercenario.

Diacono Michel Houyoux

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 Parrochia San Pio X Fano

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Quinta domenica del tempo di Pasqua – Anno B

Posté par diaconos le 26 avril 2021

 Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto

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# Nella teologia cristiana, si parla di unione mistica quando si descrive lo stretto legame esistenziale personale, la comunione, che unisce il cristiano con Gesù Cristo e per la quale egli partecipa ai benefizi salvifici della Sua vita, morte e risurrezione. Questa comunione è detta « mistica » perché è realizzata in modo misterioso e soprannaturale. Nell’ambito del cristianesimo vi sono diversità di approcci al tema dell’unione mistica. Per il cattolicesimo romano e parte dell’anglicanesimo e del luteranesimo, questo legame è stabilito dal battesimo e nutrito dai sacramenti, essendo considerati lo strumento privilegiato per il quale viene comunicata la grazia.

Il misticismo accentua così tanto l’identificazione di Cristo con il cristiano, che, esso afferma, avviene una sorta di fusione totale dove però rimangono persone distinte. Il razionalismo religioso concepisce Dio come una realtà immanente nel mondo ed in ogni spirito umano. Cristo sarebbe immanente nella natura e nello spirito umano. La salvezza è quindi concepita in modo universalista, indipendentemente dalla consapevole adesione di fede dell’individuo a Cristo. Per questo spesso cita il testo biblico: « Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati » (1 Corinzi 15:22).

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Dal Vangelo secondo Giovanni

1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

 » (Gv 15,1-8)

Cosa significa essere un cristiano ?

Con questa pagina del vangelo di Giovanni, siamo al cuore della fede : Gesù finisce di spiegare ai suoi discepoli cosa significa essere suo discepolo. Gesù non è solo una guida o un compagno, un amico o un fratello. Lui è la nostra vita. È vivo in ognuno di noi e ci fa vivere con la sua vita divina. Ci insegna che lui è la vera vite, ma non l’unica; lui è la vite, il tronco a cui vuole collegare tutti quelli che porta alla vita : « Io sono la vite e voi siete i tralci.  »  

Nella prima lettura abbiamo l’esempio di qualcuno che si è lasciato potare.  Sulla via di Damasco Paolo fu spogliato di tutto e innestato nella vera vite che era Cristo, di cui doveva essere uno dei tralci più fecondi. Noi cristiani siamo associati a lui attraverso la fede e il battesimo. Ciò che Dio si aspetta da noi è che siamo un ramo vivo che porta frutto. Tutto questo sarà veramente possibile solo se siamo collegati a Cristo ; c’è una parola che compare sette volte in poche righe, ed è il verbo « dimorare ». »Rimanete in me! «  

Gesù ci dice. I cristiani sono uomini e donne che dimorano in Cristo. Allora sorge l’inevitabile domanda : Rimanere in Gesù, sì, ma come ? Come possiamo essere sicuri che lo incontreremo? Non è lo stesso che con il nostro vicino di casa nel quartiere o nel villaggio. Non incontriamo Gesù direttamente, ma attraverso degli intermediari. Abbiamo tre modi per farlo: attraverso la Parola di Dio, attraverso la preghiera e i sacramenti, e attraverso la vita quotidiana.

La via della Parola di Dio: per rimanere in Cristo, dobbiamo rimanere nella sua Parola. Dobbiamo darci il tempo di riceverlo. Questa Parola di Dio ci viene data attraverso la Bibbia, il Vangelo, una rivista, un libro religioso, un programma cristiano alla radio o alla televisione, e anche attraverso la Parola proclamata nella Messa domenicale. Ci diamo il tempo di ricevere questa Parola ? Il secondo modo per rimanere in Cristo è attraverso la preghiera e i sacramenti.

Per rimanere alla sua presenza, dobbiamo parlargli e ascoltarlo. Questa è una preghiera fedele, regolare e frequente, non solo una piccola preghiera di tanto in tanto. Parliamo con Gesù per affidargli qualcuno o per dirgli grazie o per chiedergli di illuminare la nostra vita. La preghiera ci aiuta a rimanere in comunione con Cristo. Questa comunione si realizza anche attraverso i sacramenti, specialmente l’Eucaristia: è la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana. Ci permette di essere uniti a Cristo, di diventare uno con lui. Riceviamo il suo amore per viverlo nella nostra vita quotidiana.

La terza via è quella della vita quotidiana: ciò che rende una vita degna di essere vissuta non sono le belle parole ma l’amore reciproco, i gesti di condivisione, di accoglienza e di solidarietà. Non scoraggiamoci quando siamo stati infedeli, quando ci sentiamo come rami secchi. Dio è più grande dei nostri cuori e sa tutto.  Il suo amore misericordioso può sempre legarci alla vera vite e farci portare frutto in abbondanza.

In breve, ciò che Gesù ci chiede è di essere collegati a Lui in ogni situazione della nostra vita. Allora la nostra vita porterà frutto e Dio sarà orgoglioso di noi. È qui che troveremo il vero significato della nostra vita.

Il Diacono Michel Houyoux

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  Padre Fernando Armellini : « Quinta domenica del tempo di Pasqua – Anno B »

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