Tutti i Santi – Solennità

Posté par diaconos le 1 novembre 2022

1° novembre: festa di Ognissanti, il significato di questa ricorrenza -  Napolitan.it

# La festa di Ognissanti è una ricorrenza cattolica, celebrata il 1° novembre, in cui la Chiesa cattolica onora tutti i santi, conosciuti e sconosciuti. La celebrazione liturgica inizia con i vespri della sera del 31 ottobre e termina alla fine del 1° novembre. Precede di un giorno la Commemorazione dei fedeli defunti, la cui solennità è stata fissata ufficialmente per il 2 novembre. I protestanti non venerano i santi, ma alcune chiese luterane celebrano questa festa. Le Chiese ortodosse e le Chiese cattoliche orientali di rito bizantino continuano a celebrare la domenica di Ognissanti, la domenica dopo la Pentecoste.

Le feste in onore di tutti i martiri esistevano nelle Chiese orientali già nel IV secolo, la domenica dopo la Pentecoste. Ancora oggi, la Comunione delle Chiese ortodosse celebra la domenica di Ognissanti in questa data. A Roma, nel V secolo, la domenica successiva alla Pentecoste si celebrava già una festa in onore dei santi e dei martiri. Dopo la trasformazione del Pantheon di Roma in santuario, il 13 maggio 610 Papa Bonifacio IV lo consacrò come Chiesa di Santa Maria e dei Martiri. Bonifacio IV volle commemorare tutti i martiri cristiani i cui corpi erano onorati in questo santuario.

La festa di Tutti i Santi è stata poi celebrata il 13 maggio, anniversario della dedicazione di questa chiesa ai martiri, forse anche in riferimento a una festa celebrata dalla Chiesa siriana nel IV secolo. Ha sostituito la festa di Lemuria dell’antica Roma, che veniva celebrata in questa data per allontanare gli spettri maligni. La celebrazione della festa cristiana di Ognissanti il 1° novembre è una specificità cattolica apparsa in Occidente nell’VIII secolo. È forse da questo periodo che si celebra il 1° novembre, quando Papa Gregorio III dedica a tutti i santi una cappella nella Basilica di San Pietro a Roma.

Intorno all’835, Papa Gregorio IV ordinò che la festa fosse celebrata in tutta la cristianità. Secondo alcuni storici, questa decisione fu il motivo per cui la festa di Ognissanti fu fissata al 1° novembre. Su consiglio di Gregorio IV, l’imperatore Ludovico il Pio istituì la festa di tutti i santi in tutto l’Impero carolingio. La celebrazione di Ognissanti era seguita localmente da un ufficio per i defunti già nel IX secolo. Nel 998, i monaci di Cluny istituirono una festa dei morti il 2 novembre, che entrò nella liturgia romana come commemorazione dei fedeli defunti nel XIII secolo.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo

In quel momento, vedendo le folle, Gesù salì sul monte. Si sedette e i suoi discepoli vennero da lui. Poi aprì la bocca e insegnò loro. Egli disse: « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli ». Beati quelli che piangono, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che sono perseguitati per amore della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi se vi insulteranno, vi perseguiteranno e diranno ogni sorta di male contro di voi falsamente, per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché la vostra ricompensa è grande nei cieli ! «  (Mt 5,1-12a)

Le Beatitudini

Gesù, salito su un altopiano della montagna, si siede con le folle schierate intorno a lui e inizia solennemente l’insegnamento che segue. In otto beatitudini proclama la felicità e indica le qualità di coloro che hanno una parte nel regno dei due. Sono, innanzitutto, coloro che aspirano ai beni spirituali di questo regno: i poveri in spirito, la cui umiltà li mette in possesso del regno; coloro che piangono, che troveranno consolazione ; coloro che sono miti, che con la loro mitezza conquisteranno la terra; coloro che hanno fame e sete di giustizia, che vedranno soddisfatto il loro ardente desiderio. Seguono coloro che possiedono le disposizioni e sono nella condizione di membri del regno : i misericordiosi, che otterranno misericordia; i puri di cuore, che vedranno Dio; coloro che portano la pace e saranno chiamati figli di Dio; coloro che sono perseguitati per amore della giustizia, la cui ricompensa sarà grande.

La montagna non designava una cima particolare, ma in generale l’altezza, in contrapposizione alla pianura. Così gli abitanti delle valli dicono: vai alla montagna, senza indicare con questo un punto particolare della catena di cui si tratta. La tradizione è stata più precisa degli evangelisti e ha collocato il monte delle Beatitudini non lontano dalla città di Tiberiade, situata ai margini del lago omonimo. Dietro la montagna che domina Tiberiade si trova un ampio altopiano, che degrada dolcemente verso una roccia che forma la cima. È su questa roccia che Gesù trascorse la notte in preghiera e che all’alba chiamò i suoi discepoli e scelse i suoi apostoli.

Poi scese verso la folla che lo aspettava sull’altopiano e da lì insegnò al popolo. Secondo Luca, Gesù scese ed è in una pianura che tenne il suo discorso. Secondo Matteo, salì su un monte con il popolo. Luca riporta un ulteriore dettaglio: Gesù salì prima in cima e poi scese sull’altopiano.

Ai piedi della roccia, in cima all’altopiano, c’è una piccola piattaforma, una sorta di pulpito naturale, da cui una grande moltitudine può facilmente vedere e ascoltare. È da questo punto che Gesù si è seduto. I suoi discepoli, quelli che aveva chiamato all’apostolato e quelli che avevano già ascoltato e gustato la sua parola, lo circondavano come sempre. Questo discorso, che esponeva i principi spirituali e sublimi del regno che Gesù era venuto a fondare, non poteva essere compreso da tutti, né poteva essere messo in pratica se non da coloro che erano animati dallo spirito di quel regno ; ma Gesù parlava e insegnava in vista del futuro. La sua parola è stata una rivelazione e, quando la sua opera sarà compiuta, quella parola diventerà luce e vita nel cuore dei suoi redenti.

Aprire la bocca, un ebraismo che indica la solennità dell’azione, la sacra libertà di parola. « Qui Luca scrive vividamente un preambolo per mostrare come Gesù si preparava a predicare: salì su un monte, si sedette, aprì la bocca; questo per far sentire la serietà della sua azione. (Lutero) « Molti dei pensieri di questo discorso si trovano negli insegnamenti di Gesù e con applicazioni diverse, che Gesù ha utilizzato più volte, a volte brevi precetti morali, che sarebbero riapparsi anche nei suoi insegnamenti. È stato un ingresso bello, dolce e amorevole nella dottrina e nella predicazione di Gesù.

Non procedette, come Mosè o un dottore della legge, con comandi, minacce o terrori, ma nel modo più affettuoso, più adatto ad attrarre i cuori, e con promesse benevole. Questo amore, tuttavia, aveva una profonda serietà, perché coloro che Gesù dichiarava felici erano molto infelici nel mondo. Erano felici solo per la promessa che accompagnava ognuna di queste dichiarazioni e le motivava. I poveri in spirito sono coloro che si sentono poveri nella loro vita interiore, moralmente e spiritualmente, e quindi desiderano le vere ricchezze dell’anima (lo spirito è la facoltà con cui entriamo in relazione con Dio e realizziamo la vita morale). Questo sentimento di povertà davanti a Dio non è ancora un pentimento, ma un’umiltà profonda e dolorosa che porta ad esso.

I poveri in spirito sono tutti coloro il cui animo è distaccato dai beni della terra, come diceva Bossuet e aggiungeva : « O Signore ! Vi do tutto: abbandono tutto per avere una parte in questo regno! Mi spoglio del cuore e dello spirito, e quando ti piace spogliarmi davvero, mi sottometto (Meditazioni sul Vangelo). Così intesa, la prima beatitudine di Matteo rispondeva alla prima beatitudine di Luca e non aveva un significato quasi identico a quello della quarta beatitudine : « Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia ». Che si tratti di povertà spirituale o temporale, di umiltà o di distacco, o di entrambe, a tale situazione si risponde con la promessa, o meglio con la dichiarazione positiva e presente: perché di loro è il regno dei cieli.

Coloro che piangono, o che sono in lutto, o che sono tristi, saranno confortati, perché questa tristezza li porta alla fonte del perdono, della pace, della vita. Questa mitezza, questo abbandono alla volontà di Dio, in presenza di violenza, ingiustizia e odio, è prodotta in loro da un senso umile e rattristato di ciò che manca loro. Implica la rinuncia ai vantaggi e alle gioie di questo mondo; ma, con un magnifico compenso, coloro che la praticano erediteranno la terra. La terra della promessa, Canaan, è presa nel suo senso spirituale e significa la patria superiore, il regno di Dio, il cui possesso è assicurato a coloro che sono miti. « Il mondo usa la forza per possedere la terra; Gesù ci insegna che si conquista con la dolcezza »

Questa fame e sete dei beni spirituali che mancano, della vera giustizia interiore di cui si sentono privi, di una vita conforme alla volontà di Dio, nasce in loro dalle disposizioni di un ardente desiderio di vita, ricorre spesso nella Scrittura. Ogni anima che sperimenta questo davanti a Dio sarà soddisfatta, soddisfatta della giustizia, poiché è della giustizia che ha fame e sete. Le successive rivelazioni del Vangelo gli insegneranno come raggiungere questo obiettivo. I misericordiosi sono coloro che non pensano solo alla propria miseria, ma che solidarizzano con la miseria dei loro fratelli. Bisogna aver provato la propria miseria, aver sofferto in prima persona, per poter simpatizzare con la sofferenza degli altri. Bisogna essere stati oggetto dell’amore infinito di Dio per poter amare gli altri e praticare la carità nei loro confronti.

È il doppio pensiero che lega questa beatitudine alle precedenti. Ad essi si lega anche la considerazione che coloro che Gesù chiama alla felicità dei suoi discepoli avranno ancora bisogno di ottenere misericordia nel giorno del giudizio supremo, perché anche se sarà loro assicurato il regno dei cieli, anche se saranno confortati e riempiti di giustizia, ci saranno ancora molte mancanze e imperfezioni nella loro vita che dovranno essere coperte. Saranno perdonati e mostreranno misericordia come hanno mostrato misericordia.

Il cuore è, secondo le Scritture, l’organo della vita morale. Essere puri di cuore significa, in contrasto con le opere esterne, essere liberi da ogni contaminazione, da ogni falsità, da ogni ingiustizia, da ogni malizia in questo centro intimo di pensieri e sentimenti. Non è questo lo stato morale dell’uomo naturale. Poiché ogni promessa corrisponde alla disposizione descritta in ciascuna di queste beatitudini, coloro che sono puri di cuore sono felici, perché vivranno nella Sua comunione mentre sono in vita, e un giorno Lo contempleranno immediatamente nella suprema bellezza delle Sue perfezioni, fonte inesauribile della beatitudine celeste.

Coloro che non solo sono pacifici in se stessi, ma che, avendo trovato la pace, si sforzano di procurarla agli altri e di ristabilirla tra gli uomini, laddove è disturbata. Sono felici, felici e felici.  Tuttavia, questo amore aveva una profonda serietà, perché coloro che Gesù dichiarava felici erano molto infelici nel mondo. Erano felici solo per la promessa che accompagnava ognuna di queste dichiarazioni e le motivava. I poveri in spirito sono coloro che si sentono poveri nella loro vita interiore, moralmente e spiritualmente, e quindi desiderano le vere ricchezze dell’anima (lo spirito è la facoltà con cui entriamo in relazione con Dio e realizziamo la vita morale). Questo senso di povertà davanti a Dio non è ancora un pentimento, ma un’umiltà profonda e dolorosa che porta ad esso.

I poveri in spirito sono tutti coloro il cui animo è distaccato dai beni della terra, come diceva Bossuet e aggiungeva : « O Signore ! Vi do tutto: abbandono tutto per avere una parte in questo regno! Mi spoglio del cuore e dello spirito, e quando ti piace spogliarmi davvero, mi sottometto (Meditazioni sul Vangelo). Così intesa, la prima beatitudine di Matteo rispondeva alla prima beatitudine di Luca e non aveva un significato quasi identico a quello della quarta beatitudine: « Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia ». Che si tratti di povertà spirituale o temporale, di umiltà o di distacco, o di entrambe, a tale situazione si risponde con la promessa, o meglio con la dichiarazione positiva e presente: perché di loro è il regno dei cieli.

Coloro che piangono, o che sono in lutto, o che sono tristi, saranno consolati, perché questa tristezza li porta alla fonte del perdono, della pace, della vita. Questa mitezza, questo abbandono alla volontà di Dio, in presenza di violenza, ingiustizia e odio, è prodotta in loro da un senso umile e rattristato di ciò che manca loro. Implica la rinuncia ai vantaggi e alle gioie di questo mondo; ma, con un magnifico compenso, coloro che la praticano erediteranno la terra. La terra della promessa, Canaan, è presa nel suo senso spirituale e significa la patria superiore, il regno di Dio, il cui possesso è assicurato a coloro che sono miti. « Il mondo usa la forza per possedere la terra; Gesù ci insegna che si conquista con la dolcezza » (Lutero)

Questa fame e sete dei beni spirituali che mancano, della vera giustizia interiore di cui si sentono privi, di una vita conforme alla volontà di Dio, nasce in loro dalle disposizioni di un ardente desiderio di vita, ricorre spesso nella Scrittura. Ogni anima che sperimenta questo davanti a Dio sarà soddisfatta, soddisfatta della giustizia, poiché è della giustizia che ha fame e sete. Le successive rivelazioni del Vangelo gli insegneranno come raggiungere questo obiettivo. I misericordiosi sono coloro che non pensano solo alla propria miseria, ma che solidarizzano con la miseria dei loro fratelli. Bisogna aver provato la propria miseria, aver sofferto in prima persona, per poter simpatizzare con la sofferenza degli altri. Bisogna essere stati oggetto dell’amore infinito di Dio per poter amare gli altri e praticare la carità nei loro confronti.

Coloro che piangono, o piangono, tristezza, saranno consolati, perché questa tristezza li porta alla fonte del perdono, della pace, della vita. Questa dolcezza, questo abbandono alla volontà di Dio, in presenza della violenza, dell’ingiustizia e dell’odio, è prodotto in loro dal sentimento umile e rattristato di ciò che manca loro. Implica la rinuncia ai benefici e alle gioie di questo mondo; ma, per un magnifico compenso, coloro che la praticano erediteranno la terra. La terra della promessa, Canaan, è intesa nel suo senso spirituale come la casa in alto, il regno di Dio, il cui possesso è assicurato ai miti. « Il mondo usa la forza per possedere la terra, Gesù ci insegna che si vince con la mitezza » (Lutero)

Questa fame e questa sete per i beni spirituali che mancano loro, per la vera giustizia interiore di cui si sentono privati, per una vita conforme alla volontà di Dio, nascono in loro dalle disposizioni di un ardente desiderio di vita, spesso restituisce per iscritto. Ogni anima che la sperimenta davanti a Dio sarà soddisfatta, soddisfatta della giustizia, poiché è di giustizia che ha fame e sete. Successive rivelazioni del Vangelo le insegneranno come farà questo. I misericordiosi sono coloro che non solo pensano alla propria miseria, ma simpatizzano con la miseria dei loro fratelli. Devi aver sentito la tua stessa miseria, aver sofferto te stesso, per poter simpatizzare con la sofferenza degli altri. Bisogna essere stati l’oggetto dell’amore infinito di Dio per poter amare gli altri e praticare la carità verso di loro.

Tale è il doppio pensiero che lega questa beatitudine alle precedenti. A loro è legato anche da questa considerazione che coloro che Gesù chiama alla felicità dei suoi discepoli avranno ancora bisogno di ottenere misericordia nel giorno del giudizio supremo, perché, sebbene sicuri del regno dei cieli, sebbene consolati e soddisfatti della giustizia, lì rimarranno nella loro vita molte mancanze e imperfezioni da coprire. Saranno perdonati e mostrata misericordia come hanno mostrato misericordia.

Il cuore è, secondo la Scrittura, l’organo della vita morale. Essere puri di cuore è, al contrario delle opere esterne, essere liberati da ogni contaminazione, ogni falsità, ogni ingiustizia, ogni malizia in quel centro interiore di pensieri e sentimenti. Tale non è lo stato morale dell’uomo naturale. Ogni promessa corrispondente al provvedimento descritto in ciascuna di queste beatitudini, i puri di cuore sono felici, perché vivranno tutta la vita nella sua comunione e un giorno immediatamente lo contempleranno nella bellezza suprema delle sue perfezioni, fonte inesauribile della beatitudine del cielo.

Coloro che non solo sono pacifici essi stessi, ma che, trovata la pace, si sforzano di procurarla agli altri e di restaurarla fra gli uomini là dove è travagliata. Sono felici, perché saranno chiamati con questo titolo dolce e glorioso: figli di Dio. Questo titolo esprime una realtà profonda; poiché, poiché questi figli di Dio portano la pace, hanno un tratto di somiglianza con il loro Padre che è “il Dio della pace” Romani 16:20; 2 Corinzi 13:11, agiscono secondo il suo Spirito. Quindi sono figli di Dio, ma per di più saranno chiamati tali, il loro titolo sarà riconosciuto sia da Dio che da tutti.

Per la giustizia, i perseguitati sono felici, perché di loro è il regno dei cieli. Nell’ottava beatitudine, Gesù ritornò alla prima. Si chiude così un ciclo armonioso di esperienze e promesse. I primi quattro riguardano coloro che cercano nei loro bisogni più profondi, gli ultimi quattro, coloro che hanno trovato e stanno già svolgendo una certa attività nel regno di Dio. Ogni promessa, fonte di felicità che corrisponde esattamente e abbondantemente ad ogni stato d’animo descritto, risplende un raggio di gloria del regno dei cieli: agli afflitti; comfort; ai mansueti il ​​possesso della terra; all’affamato, sazietà al misericordioso, misericordia; ai puri di cuore, la vista di Dio; a coloro che portano la pace, titolo di figli di Dio.

Ma nella prima e nell’ultima beatitudine, Gesù, che è il Signore del regno dei cieli, l’ha dispensata interamente ai poveri e ai perseguitati; e là solo parlò al presente: « Questo regno è loro ». La ricompensa, che in nessun modo sminuisce la verità della salvezza per grazia mediante la fede, è grande in proporzione alla fedeltà e all’amore con cui i discepoli di Gesù hanno sofferto per il suo nome. Tuttavia nessun cristiano cerca questa ricompensa senza Dio e la felicità di servirlo, altrimenti perderebbe ciò che lo rende grande e dolce Gesù ha mostrato ai suoi discepoli perseguitati motivo di gioia nella mente

Il diacono Michel Houyoux

Collegamenti ad altri siti web cristiani

◊ Qumran   : clicca qui per leggere l’articolo →  Testi – Tutti i Santi   :

◊  Via Veritas Vira  (Italia)  : clicca qui per leggere l’articolo →   Solennità di tutti i Santi – Omelia  

 Video Padre Fernando Armellini

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Commémoration de tous les fidèles défunts

Posté par diaconos le 1 novembre 2022

L’offrande parfaite

# La rétribution des âmes, la rétribution après la mort, est, en religion, la récompense ou la punition qu’il advient au défunt, après sa vie, dans l’Au-delà. Platon, le premier sans doute en Occident, lie la notion de rétribution des âmes à celle de transmigration des âmes. Il existe plusieurs formes : le Jugement dernier, la loi du karma…, peut-être la justice immanente.

Les Égyptiens admettent un Jugement de l’âme. La « pesée de l’âme » ou psychostasie fait partie de l’ensemble des rites accomplis durant le « Jugement des morts ». Sur un plateau de la balance est déposé le cœur du postulant, symbole de sa conscience ; sur l’autre, la plume de Mâat évoque la sublime légèreté de la Règle qui ne tolère pourtant aucun manquement grave. Platon avance, le premier en Occident, la théorie de la rétribution des âmes, dans le cadre de la métempsycose..

Il dit ceci dans le Phédon : « J’ai bon espoir que, pour les morts, quelque chose existe, et, comme cela se dit du reste depuis longtemps, quelque chose qui est bien meilleur pour les bons que pour les mauvais ». Platon avança que « cela se dit depuis longtemps », mais pas vraiment : Homère ne crut pas à des sanctions post mortem, les Mystères d’Éleusis admirent que les profanes allèrent dans un Bourbier et que les initiés entrèrent dans la félicité des Îles des Bienheureux sans idée de sanction, l’orphisme supposa une réincarnation ou une palingénésie qui tint plus d’un accord que d’une règle,

Pythagore affirme la métempsycose sans pour autant affirmer qu’il y a récompense ou châtiment. Chez les Juifs, la doctrine des récompenses et des peines post mortem, liée à la doctrine de l’immortalité de l’âme et de la Vie éternelle(Olam Haba), n’apparaît que tard, dans un livre, écrit au Ier siècle av. J.-C.. à Alexandrie, qui ne fait pas partie de la Bible juive : Sagesse, 3-5 dont tient compte l’exégèse.

Selon le Nouveau Testament écrit à partir du Ier siècle, sur le trône de Dieu, juge suprême, s’assiéra, dans toute sa gloire, « le Fils de l’homme », c’est-à-dire le Christ, le Verbe incarné, celui à qui le Père « a remis tout jugement » (Mathieu, XXV, 31). Tous les morts comme tous les vivants seront appelés « selon leurs œuvres » et leur foi, à une « résurrection de vie » ou à une « résurrection de damnation » (Jean, V, 28).

En Inde, pour l’hindouisme, c’est la théorie du karma. Il y a trois karma : 1) L’âgami-karma (karma futur) est le karma du futur, il se forme à partir des actions et des intentions du présent et se réalise dans l’avenir selon la loi de la causalité. 2) Le prârabdha-karma (karma commencé) est le karma qui se réalise dans le présent. 3) Le sanchita-karma est constitué dans le passé mais n’a pas encore été suivi d’effet.

La « pesée de l’âme » ou psychostasie fait partie de l’ensemble des rites accomplis durant le « Jugement des morts ». Sur un plateau de la balance est déposé le cœur du postulant, symbole de sa conscience ; sur l’autre, la plume de Mâat évoque la sublime légèreté de la Règle qui ne tolère pourtant aucun manquement grave. Platon avance, le premier en Occident, la théorie de la rétribution des âmes, dans le cadre de la métempsycose.

Selon le Nouveau Testament écrit à partir du Ier siècle, sur le trône de Dieu, juge suprême, s’assiéra, dans toute sa gloire, « le Fils de l’homme », c’est-à-dire le Christ, le Verbe incarné, celui à qui le Père « a remis tout jugement » (Mathieu, XXV, 31). Tous les morts comme tous les vivants seront appelés « selon leurs œuvres » et leur foi, à une « résurrection de vie » ou à une « résurrection de damnation » (Jean, V, 28).

Sur un plateau de la balance est déposé le cœur du postulant, symbole de sa conscience ; sur l’autre, la plume de Mâat évoque la sublime légèreté de la Règle qui ne tolère pourtant aucun manquement grave. Platon avance, le premier en Occident, la théorie de la rétribution des âmes, dans le cadre de la métempsycose. Il dit ceci dans le Phédon (63c) : « J’ai bon espoir que, pour les morts, quelque chose existe, et, comme cela se dit du reste depuis longtemps, quelque chose qui est bien meilleur pour les bons que pour les mauvais »

Platon avance que « cela se dit depuis longtemps », mais pas vraiment : Homère ne croit pas à des sanctions post mortem, les Mystères d’Éleusis admettent que les profanes vont dans un Bourbier et que les initiés entrent dans la félicité des Îles des Bienheureux sans idée de sanction, l’orphisme suppose une réincarnation ou une palingénésie qui tient plus d’un accord que d’une règle.

De l’Évangile de Jésus Christ selon Matthieu

 En ce temps-là, Jésus disait à ses disciples : «  Quand le Fils de l’homme viendra dans sa gloire, et tous les anges avec lui, alors il siégera sur son trône de gloire. Toutes les nations seront rassemblées devant lui ; il séparera les hommes les uns des autres, comme le berger sépare les brebis des boucs : il placera les brebis à sa droite, et les boucs à gauche. Alors le Roi dira à ceux qui seront à sa droite : ‘Venez, les bénis de mon Père, recevez en héritage le Royaume préparé pour vous depuis la fondation du monde.

  Car j’avais faim, et vous m’avez donné à manger ; j’avais soif, et vous m’avez donné à boire ; j’étais un étranger, et vous m’avez accueilli ; j’étais nu, et vous m’avez habillé ; j’étais malade, et vous m’avez visité ; j’étais en prison, et vous êtes venus jusqu’à moi !’ Alors les justes lui répondront : ‘Seigneur, quand est-ce que nous t’avons vu..? tu avais donc faim, et nous t’avons nourri ?  tu avais soif, et nous t’avons donné à boire ?  tu étais un étranger, et nous t’avons accueilli ? tu étais nu, et nous t’avons habillé ?   tu étais malade ou en prison. Quand sommes-nous venus jusqu’à toi ?’ Et le Roi leur répondra : ‘Amen, je vous le dis : chaque fois que vous l’avez fait à l’un de ces plus petits de mes frères, c’est à moi que vous l’avez fait.

 Alors il dira à ceux qui seront à sa gauche : ‘Allez-vous-en loin de moi, vous les maudits, dans le feu éternel préparé pour le diable et ses anges. Car j’avais faim, et vous ne m’avez pas donné à manger ; j’avais soif, et vous ne m’avez pas donné à boire ;   j’étais un étranger, et vous ne m’avez pas accueilli ; j’étais nu, et vous  ne m’avez pas habillé ; j’étais malade et en prison, et vous ne m’avez pas visité.’   Alors ils répondront, eux aussi : ‘Seigneur, quand t’avons-nous vu avoir faim, avoir soif, être nu,  étranger, malade ou en prison, sans nous mettre à ton service ?’

  Il leur répondra : « ‘Amen, je vous le dis :  chaque fois que vous ne l’avez pas fait à l’un de ces plus petits, c’est à moi que vous ne l’avez pas fait.’ Et ils s’en iront, ceux-ci au châtiment éternel, et les justes, à la vie éternelle. «  (Mt 25, 31-46)

Ne vous endormez pas

« Veillez donc, parce que vous ne savez pas quel jour votre Seigneur vient. »  (Mt 24-42) : telle fut la  conséquence pratique que  Jésus tira de toute cette prophétie et surtout de l’ignorance où tous furent laissés sur le jour où il vint . « Si le maître de la maison savait à quelle veille de la nuit le voleur vient, il aurait veillé et n’aurait pas laissé percer sa maison. «   (Mt 24, 43)  : Cet exemple, pris dans la vie ordinaire, doit rendre plus sensible l’exhortation parce que le maître de maison ne savait pas à quelle heure le voleur viendrai : il y entra avec effraction. Être préparé par la foi, par l’amour, à recevoir Jésus.

Jésus demanda qui fut le serviteur fidèle et prudent ? Il chercha un tel serviteur, puis il s’écria avec effusion : « Heureux est-il ! Il est heureux à cause de sa fidélité même et parce que son maître peut l’élever à un poste plus éminent» ». Sa méchanceté consista dans l’hypocrisie avec laquelle il dit : « Mon maître » , en le reconnaissant pour tel  ; ensuite dans l’aveuglement avec lequel il se persuada que son maître tarderait à venir et tardera longtemps encore ; enfin dans la mauvaise conduite à laquelle il se livra, soit envers ses compagnons de service, soit même avec les ivrognes.

La pauvreté spirituelle est définie comme une vertu évangélique

Cette vertu, associée à la promesse du Royaume des cieux, a été abordée par de nombreux auteurs chrétiens. Si le Catéchisme de l’Église catholique indique qu’elle concerne les personnes qui se reconnaissent par « leur qualité de cœur, purifié et éclairé par l’Esprit », de nombreux auteurs chrétiens ont cherché à préciser le sens de cette pauvreté et ce qu’il fallait faire pour l’obtenir. Ainsi, cette « pauvreté dans l’esprit » s’obtient, d’après ces auteurs, par une humilité volontaire face à Dieu, un accueil libre et joyeux de ses faiblesses (morales, physiques, psychologiques), une attention tournée vers Dieu et l’autre.

C’est aussi un chemin de dépouillement de toutes les « richesses intérieures, les dons reçus de Dieu », un renoncement aux consolations et grâces spirituelles que Dieu veut nous donner. Ce renoncement, cet appauvrissement, libre et joyeux est associé, pour les chrétiens, à la promesse de posséder le Royaume des cieux, et donc de « jouir de la présence de Dieu » ; ce bonheur étant possible, d’après certains auteurs, « dès à présent ». Pour sœur Lise, « seul le pauvre d’esprit peut aimer, car pour aimer il faut avoir besoin de l’autre. Être pauvre, c’est être dans un état de réceptivité… comme quelqu’un qui prend un bain de soleil.

La pauvreté radicale arrache la personne à tout ce qui fait obstacle au don total de l’amour. Cette pauvreté est ouverture à l’envahissement… et ça fait peur… s’il fallait que Dieu m’envahisse, que les autres m’envahissent… et pourtant cette disposition conduit à la liberté intérieure. Le vrai pauvre n’est jamais aigri quand il tend la main » Pour le père Marie-Eugène de l’Enfant-Jésus, la vertu de pauvreté spirituelle permet de purifier la vertu théologale d’espérance, il dit : « C’est dans la pauvreté spirituelle que l’espérance trouve sa pureté qui fait sa perfection. Seule la pauvreté spirituelle peut assurer la perfection de l’espérance. »

L’espérance est obtenue par l’élimination de tout le reste, par ce dégagement souverain qu’est la pauvreté spirituelle. ». À ce sujet il cite saint Jean de la Croix : « Moins l’âme possède les autres choses, plus elle a de capacité et d’aptitude pour espérer ce qu’elle désire, et par conséquent plus elle a d’espérance plus la mémoire se dépouille et plus elle acquiert d’espérance ; par la suite, plus elle a d’espérance et plus elle est unie à Dieu. Car plus une âme espère en Dieu, plus elle obtient de Lui. » e père Mas Arrondo, dans son livre Toucher le Ciel indique que dans les 5e demeures,  on commence à jouir amplement du ciel sur la terre. Beaucoup plus de personnes y vivent qu’on ne peut le penser » Et que chacun reçoit en gage, à l’intérieur de lui-même, le royaume de Dieu. C’est un don gratuit accordé par Dieu le Père.

Diacre Michel Houyoux

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◊ Vie chrétienne : cliquez ici pour lire l’article →  Commémoration de tous les fidèles défunts

 ◊ Dom Armand Veilleux   Homélie pour la Commémoration de tous les Défunts 

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Il y aura de la joie dans le ciel pour un seul pécheur qui se convertit

Posté par diaconos le 31 octobre 2022

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Parabole de la brebis perdue et retrouvée

De l’Évangile de Jésus Christ selon Luc

En ce temps-là, les publicains et les pécheurs venaient tous à Jésus pour l’écouter. Les pharisiens et les scribes récriminaient contre lui : «  Cet homme fait bon accueil aux pécheurs, et il mange avec eux ! «   Alors Jésus leur dit cette parabole : «  Si l’un de vous a cent brebis et qu’il en perd une,   n’abandonne-t-il pas les 99 autres dans le désert pour aller chercher celle qui est perdue, jusqu’à ce qu’il la retrouve ? Quand il l’a retrouvée, il la prend sur ses épaules, tout joyeux, et, de retour chez lui, il rassemble ses amis et ses voisins pour leur dire : “Réjouissez-vous avec moi, car j’ai retrouvé ma brebis, celle qui était perdue !”

    Je vous le dis : C’est ainsi qu’il y aura de la joie dans le ciel pour un seul pécheur qui se convertit, plus que pour 99 justes qui n’ont pas besoin de conversion. Si une femme a dix pièces d’argent et qu’elle en perd une, ne va-t-elle pas allumer une lampe, balayer la maison, et chercher avec soin jusqu’à ce qu’elle la retrouve ? Quand elle l’a retrouvée, elle rassemble ses amies et ses voisines pour leur dire : « Réjouissez-vous avec moi, car j’ai retrouvé la pièce d’argent que j’avais perdue !” Ainsi je vous le dis : Il y a de la joie devant les anges de Dieu pour un seul pécheur qui se convertit. «  (Lc 15, 1-10)

 La parabole de la Brebis égarée, dite aussi  parabole du Bon Berger ou encore  du Bon Pasteur, attribuée à Jésus de Nazareth, se retrouve dans deux évangiles canoniques du Nouveau Testament. Elle est rapportée par Matthieu (Mt 18,12-13) et Luc (Lc 15,3-7). On la trouve aussi dans l’Évangile apocryphe de Thomas, logion 107. De possibles parallèles dans l’Ancien Testament sont Ez 34,6, 12 et Ps 119,176. La parabole a donné lieu à une expression, la  brebis égarée, désignant, à l’instar du fils prodigue dans une parabole qui suit peu après dans Luc, la personne qui s’égare moralement, ou, toujours dans Luc, de la drachme perdue.

Les deux premières paraboles, et parfois les trois, servent de base dans les considérations que développent les théologiens et prédicateurs sur la nécessité d’aller chercher la brebis égarée pour la faire rentrer dans le troupeau, quand on considère l’égarement involontaire, ou d’accueillir avec grâce le pécheur repenti, dans le cas de l’égarement volontaire. La Drachme perdue est une parabole racontée dans l’évangile selon Luc  Elle fait partie des trois paraboles de la Rédemption, avec la Brebis égarée et le Fils prodigue que Jésus-Christ raconta après avoir été accusé par les pharisiens et leurs chefs d’être invité chez les pécheurs et de partager leurs repas. Cette parabole suit immédiatement celle de la Brebis égarée et précède celle du Fils prodigue. Dans le domaine de l’exégèse biblique, elle fait partie du Sondergut de l’évangile selon Luc.

Selon l’interprétation traditionnelle, la femme représente l’Église qui est en peine, la femme chercha avec diligence et mit de l’ordre dans toute sa maison,  de sauver l’âme du pécheur. Celui-ci est figuré par une pièce inerte dont la valeur ne sert plus à rien, puisque la pièce est perdue et cachée. C’est plus un état qu’une situation due à un mouvement d’égarement, comme dans la parabole de la brebis égarée. Une fois retrouvée, la valeur de la pièce est montrée aux amies. La pièce peut servir désormais à de futures grandes entreprises, comme dans la parabole des talents. La joie est publique et l’Église fait participer ses amis et les Anges se réjouissent. La femme invita ses voisines et amies chez elle. Sans doute leur offrira-t-elle un repas. Pour Benoît XVI, cette parabole fait partie avec celle de la Brebis perdue et du Fils prodigue, des paraboles de la miséricorde.

Benoît XVI expliqua dans un de ses autres écrits : « Jésus raconta les trois paraboles de la miséricorde parce que les Pharisiens et les scribes le critiquaient, voyant qu’il se laissait approcher par les pécheurs et qu’il mangeait même avec eux. Alors, Il expliqua, avec son langage typique, que Dieu ne veut pas que même un seul de ses enfants se perde et que son âme déborde de joie lorsqu’un pécheur se convertit » La parabole de la Brebis égarée, dite aussi  parabole du Bon Berger ou encore  du Bon Pasteur, attribuée à Jésus de Nazareth, se retrouve dans deux évangiles canoniques du Nouveau  Testament. Elle est rapportée par Matthieu (Mt 18,12-13) et Luc (Lc 15, 3-7).

On la trouve aussi dans l’Évangile apocryphe de Thomas, logion 107. De possibles parallèles dans l’Ancien Testament sont Ez 34,6, 12 et Ps 119,176. La parabole a donné lieu à une expression, la  brebis égarée, désignant, à l’instar du fils prodigue dans une parabole qui suit peu après dans Luc, la personne qui s’égare moralement, ou, toujours dans Luc, de la drachme perdue.

Les deux premières paraboles, et parfois les trois, servent de base dans les considérations que développent les théologiens et prédicateurs sur la nécessité d’aller chercher la brebis égarée pour la faire rentrer dans le troupeau, quand on considère l’égarement involontaire, ou d’accueillir avec grâce le pécheur repenti, dans le cas de l’égarement volontaire. La Drachme perdue est une parabole racontée dans l’évangile selon Luc. Elle fait partie des trois paraboles de la Rédemption, avec la Brebis égarée et le Fils prodigue que Jésus-Christ raconta après avoir été accusé par les pharisiens et leurs chefs d’être invité chez les pécheurs et de partager leurs repas.

Cette parabole suit immédiatement celle de la Brebis égarée et précède celle du Fils prodigue. Dans le domaine de l’exégèse biblique, elle fait partie du Sondergut de l’évangile selon Luc. Selon l’interprétation traditionnelle, la femme représente l’Église qui est en peine, la femme chercha avec diligence et mit de l’ordre dans toute sa maison,  de sauver l’âme du pécheur. Celui-ci est figuré par une pièce inerte dont la valeur ne sert plus à rien, puisque la pièce est perdue et cachée.

C’est plus un état qu’une situation due à un mouvement d’égarement, comme dans la parabole de la brebis égarée. Une fois retrouvée, la valeur de la pièce est montrée aux amies. La pièce peut servir désormais à de futures grandes entreprises, comme dans la parabole des talents. La joie est publique et l’Église fait participer ses amis et les Anges se réjouissent. La femme invita ses voisines et amies chez elle. Sans doute leur offrira-t-elle un repas. Pour Benoît XVI, cette parabole fait partie avec celle de la Brebis perdue et du Fils prodigue, des paraboles de la miséricorde.

Jésus décrivit sa compassion et son amour sous les traits de ce berger qui cherche sa brebis sans relâche jusqu’à ce qu’il l’eut trouvée. Ce fut là l’œuvre de toute sa vie ; et cette œuvre, il la poursuivit par ses serviteurs, par son Esprit, par tous les moyens de sa grâce. Une seule brebis sur quatre-vingt-dix-neuf est peu de chose : il résulte de là, dit M. Godet, que c’est moins l’intérêt que la pitié qui poussa le berger à agir comme il le fit. Les quatre-vingt-dix-neuf qu’il laissa dans les lieux non cultivés, les steppes, où l’on faisait paître les brebis, représentent les Israélites restés extérieurement fidèles à l’alliance divine et qui éprouvaient beaucoup moins que les péagers et les pécheurs le besoin d’un Sauveur. 

 La brebis égarée et la drachme perdue

Jésus fut entouré de péagers et de pécheurs avides de l’entendre. Leur affluence provoqua les murmures des pharisiens, qui reprochèrent à Jésus de les accueillir et de manger avec eux. Jésus demanda à ses adversaires lequel d’entre eux, ayant cent brebis et en perdant une, ne laisserait les quatre-vingt-dix-neuf au pâturage et ne chercherait celle qui est perdue, jusqu’à ce qu’il l’eut trouvée. Quand il la trouva, il la mit sur ses épaules avec joie et convoqua ses amis et ses voisins pour partager sa joie. Ainsi il y a de la joie dans le ciel pour un pécheur repentant plus que pour quatre-vingt-dix-neuf justes.

La drachme perdue et retrouvée

Quelle femme, ayant dix drachmes et en perdant une, ne prit des soins minutieux pour la retrouver ? Et quand elle la trouva, elle associa à sa joie ses amies et ses voisines. De même, il y a de la joie parmi les anges pour un pécheur qui se repent. Les péagers, haïs à cause de leur profession et méprisés à cause des injustices qu’ils commettaient souvent en l’exerçant, les pécheurs, hommes connus comme vicieux et plus ou moins perdus de réputation, s’approchaient de Jésus, afin de mieux entendre les paroles de miséricorde et de pardon qui sortaient de sa bouche.

Les enseignements de Jésus réveillèrent leur conscience. Ils sentaient douloureusement le poids et l’amertume du péché et repoussés de tous, ils étaient attirés vers cet Envoyé de Dieu, qui toujours avait témoigné à leurs pareils sa tendre compassion. Jésus recevait, accueillait avec bonté les péagers et les pécheurs, mais il condescendait à manger avec eux, ce qui était, en Orient, une marque de familiarité et de confiance. Les orgueilleux pharisiens ne comprirent ni pardonnèrent cette conduite de Jésus. Ils affectèrent d’y voir un mépris de la moralité et de la justice, dont ils se crurent seuls en possession.

Leurs murmures furent à la fois un blâme infligé à Jésus et l’expression de leur dédain pour les péagers et les pécheurs. Jésus répondit par trois admirables paraboles : une brebis perdue, une drachme perdue, un fils perdu, indiquant dès l’abord que ce fut ce qui était perdu qu’il chercha avec compassion et amour. Puis, la joie qu’il éprouva de le retrouver et de le sauver devait couvrir de confusion les pharisiens, qui étaient animés de sentiments si différents.

Jésus en appela aux propres sentiments de ses auditeurs : « Quel est l’homme d’entre vous ? «   Puis il recourut à cette image du bon berger, sous laquelle de tout temps l’Église s’est représenté son Sauveur et son Chef. La brebis est incapable, dés qu’elle est égarée, de revenir au bercail ou de se défendre en présence du moindre danger, ou de supporter aucune fatigue. Pour qu’elle ne soit pas irrévocablement perdue, il faut que le berger la cherche, la porte, lui prodigue tous ses soins. Parfaite image de l’homme pécheur, éloigné de Dieu.

La parabole de la Brebis égarée, dite aussi « parabole du Bon Berger » ou encore « du Bon Pasteur » », attribuée à Jésus de Nazareth, se retrouve dans deux évangiles canoniques du Nouveau Testament. Elle est rapportée par Matthieu (Mt 18, 12-13) et Luc (Lc 15,3-7). On la trouve aussi dans l’Évangile apocryphe de Thomas, logion 107. Les deux premières paraboles, et parfois les trois, servent de base dans les considérations que développent les théologiens et prédicateurs sur la nécessité d’aller chercher la brebis égarée pour la faire rentrer dans le troupeau, quand on considère l’égarement involontaire, ou d’accueillir avec grâce le pécheur repenti, dans le cas de l’égarement volontaire.

La Drachme perdue fait partie des trois paraboles de la Rédemption, avec la Brebis égarée et le Fils prodigue que Jésus-Christ racona après avoir été accusé par les pharisiens et leurs chefs d’être invité chez les pécheurs et de partager leurs repas. Cette parabole suit immédiatement celle de la Brebis égarée et précède celle du Fils prodigue. Dans le domaine de l’exégèse biblique, elle fait partie du Sondergut de l’évangile selon Luc. Selon l’interprétation traditionnelle, la femme représente l’Église qui est en peine (la femme cherche avec diligence et met de l’ordre dans toute sa maison) de sauver l’âme du pécheur. Celui-ci est figuré par une pièce inerte dont la valeur ne sert plus à rien, puisque la pièce est perdue et cachée. C’est plus un état qu’une situation due à un mouvement d’égarement, comme dans la parabole de la brebis égarée.

Une fois retrouvée, la valeur de la pièce est montrée aux amies. La pièce peut servir désormais à de futures grandes entreprises, comme dans la parabole des talents. La joie est publique et l’Église fait participer ses ami(e)s et, nous dit Jésus, les Anges se réjouissent. La femme invite ses voisines et amies chez elle. Sans doute leur offrira-t-elle un repas. Pour Benoît XVI, cette parabole fait partie avec celle de la Brebis perdue et du Fils prodigue, des paraboles de la miséricorde. Le souverain pontife expliqua dans un de ses autres écrits : « Jésus raconta les trois paraboles de la miséricorde parce que les Pharisiens et les scribes le critiquaient, voyant qu’il se laissait approcher par les pécheurs et qu’il mangeait même avec eux. Alors, Il expliqua, avec son langage typique, que Dieu ne veut pas que même un seul de ses enfants se perde et que son âme déborde de joie lorsqu’un pécheur se convertit »

 Jésus décrivit sa compassion et son amour sous les traits de ce berger qui cherche sa brebis sans relâche jusqu’à ce qu’il l’eut trouvée. Ce fut là l’œuvre de toute sa vie ; et cette œuvre, il la poursuivit par ses serviteurs, par son Esprit, par tous les moyens de sa grâce. Une seule brebis sur quatre-vingt-dix-neuf est peu de chose : il résulte de là, dit M. Godet, que c’est moins l’intérêt que la pitié qui poussa le berger à agir comme il le fit. Le souverain pontife expliqua dans un de ses autres écrits : « Jésus raconta les trois paraboles de la miséricorde parce que les Pharisiens et les scribes le critiquaient, voyant qu’il se laissait approcher par les pécheurs et qu’il mangeait même avec eux. Alors, Il expliqua, avec son langage typique, que Dieu ne veut pas que même un seul de ses enfants se perde et que son âme déborde de joie lorsqu’un pécheur se convertit « 

Jésus décrivit sa compassion et son amour sous les traits de ce berger qui cherche sa brebis sans relâche jusqu’à ce qu’il l’eut trouvée. Ce fut là l’œuvre de toute sa vie ; et cette œuvre, il la poursuivit par ses serviteurs, par son Esprit, par tous les moyens de sa grâce. Une seule brebis sur quatre-vingt-dix-neuf est peu de chose : il résulte de là, dit M. Godet, que c’est moins l’intérêt que la pitié qui poussa le berger à agir comme il le fit. Les quatre-vingt-dix-neuf qu’il laissa dans les lieux non cultivés, les steppes, où l’on faisait paître les brebis, représentent les Israélites restés extérieurement fidèles à l’alliance divine et qui éprouvaient beaucoup moins que les péagers et les pécheurs le besoin d’un Sauveur.
  Les quatre-vingt-dix-neuf qu’il laissa dans les lieux non cultivés, les steppes, où l’on faisait paître les brebis, représentent les Israélites restés extérieurement fidèles à l’alliance divine et qui éprouvaient beaucoup moins que les péagers et les pécheurs le besoin d’un Sauveur.

Dieu, le Sauveur, les anges de Dieu, qui prennent part au salut d’une âme perdue. Quel amour se révéla dans ce trait de la parabole ! Existe-t-il sur la terre des justes qui n’ont pas besoin de repentance ? Jésus parla de cette légalité dont se prévalaient ses auditeurs pharisiens. Il employa les termes de pécheurs, justes, repentance dans le sens extérieur où ils les entendaient, eux qui s’imaginaient qu’il suffisait de faire partie du peuple de l’alliance et d’observer les ordonnances lévitiques pour être assuré du salut.

Jésus veut leur fit comprendre que Dieu préfère les sentiments d’humiliation et d’amour, qu’éprouve le pécheur repentant, à la propre justice de ceux qui ne s’écartèrent jamais du droit chemin. Comment n’y aurait-il pas eu plus de joie pour ces pauvres péagers qui venaient se jeter dans les bras de Jésus et recevoir dans leur cœur, déjà renouvelé par la repentance, les paroles de miséricorde et de pardon qu’il leur adressait ? Dès ce moment, ils lui appartenaient tout entiers et lui faisaient le sacrifice de leur vie, par une reconnaissance et un amour qui sont l’âme de toute vraie piété. Matthieu conserva cette parabole, en lui donnant une place et une signification différentes de celles qu’elle a chez Luc. Elle servit à décrire l’amour et les soins de Jésus pour un de ces petits qu’il défendit de mépriser et qu’il représenta sous l’image de cette brebis perdue, qu’il chercha et sauver.

Cette application de la parabole ne manque pas de vérité. La drachme était une monnaie grec que, valant, comme le denier romain, un peu moins d’un franc, prix de la journée d’un ouvrier Les soins minutieux que prit cette pauvre femme pour retrouver sa drachme perdue, montrèrent combien elle lui était précieuse. Péniblement gagnée, cette pièce d’argent était nécessaire à sa subsistance. Ainsi, cette parabole révèle l’amour de Dieu, ce fut le prix que conserva pour elle, tout perdu qu’il fut, un homme créé à son image, destiné à lui appartenir pour toujours. Dieu fera tout plutôt que de consentir à le perdre. C’est bien l’un des caractères de l’amour, qui est relaté sous l’image de la joie de cette femme.

Diacre Michel Houyoux

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♥  Vidéo Les paraboles de la brebis et de la drachme perdues expliquées

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All Saints – Solemnity

Posté par diaconos le 31 octobre 2022

toussaint

# All Saints’ Day is a Catholic feast day, celebrated on 1 November, during which the Catholic Church honours all saints, known and unknown. The liturgical celebration begins at Vespers on the evening of 31 October and ends at the end of 1 November. It precedes by one day the Commemoration of the Faithful departed, whose solemnity has been officially set for 2 November. Protestants do not worship saints, but some Lutheran churches do celebrate this festival. The Orthodox Churches as well as the Eastern Catholic Churches of the Byzantine rite continue to celebrate All Saints’ Sunday, the Sunday after Pentecost.

Festivals honouring all martyrs existed in the Eastern Churches as early as the fourth century on the Sunday after Pentecost. Today, the Communion of Orthodox Churches still celebrates All Saints’ Sunday on this date. In Rome, in the 5th century, a festival in honour of the saints and martyrs was already celebrated on the Sunday after Pentecost. After the Pantheon in Rome was converted into a sanctuary, Pope Boniface IV consecrated it on 13 May 610 as the Church of St. Mary and the Martyrs. Boniface IV wanted to commemorate all the Christian martyrs whose bodies were honoured in this shrine.

The feast of All Saints was then celebrated on 13 May, the anniversary of the dedication of this church to the martyrs, perhaps also in reference to a feast celebrated by the Syrian Church in the 4th century. It replaced the Lemuria festival of ancient Rome, which was celebrated on this date to ward off evil spectres. The celebration of the Christian feast of All Saints’ Day on 1 November is a Catholic specificity that appeared in the West in the 8th century. Indeed, it is perhaps from this period that it is celebrated on November 1st, when Pope Gregory III dedicates a chapel in St Peter’s Basilica in Rome to all the saints.

Around 835, Pope Gregory IV ordered that the feast be celebrated throughout Christendom. According to some historians, this decision was the reason why the feast of All Saints’ Day was set for 1 November. On the advice of Gregory IV, the Emperor Louis the Pious instituted the feast of all saints throughout the Carolingian Empire. The celebration of All Saints’ Day was followed locally by an office for the dead as early as the 9th century. In 998, the monks of Cluny instituted a feast of the dead on 2 November, which entered the Roman liturgy as a commemoration of the faithful dead in the 13th century.

From the Gospel of Jesus Christ according to Matthew

At that time, seeing the crowds, Jesus went up the mountain. He sat down, and his disciples came to him. Then he opened his mouth and taught them. He said, « Blessed are the poor in spirit, for theirs is the kingdom of heaven. Blessed are those who weep, for they will be comforted. Blessed are the meek, for they shall inherit the earth. Blessed are those who hunger and thirst for righteousness, for they will be filled. Blessed are the merciful, for they shall obtain mercy. Blessed are the pure in heart, for they shall see God. Blessed are the peacemakers, for they will be called sons of God. Blessed are those who are persecuted for the sake of justice, for theirs is the kingdom of heaven. Blessed are you if they insult you, persecute you, and say all kinds of evil against you falsely, because of me. Rejoice and be glad, for your reward is great in heaven!  » (Mt 5, 1-12a)

The Beatitudes

Jesus, having ascended to a high plateau on the mountain, sits down with the crowds lined up around him and solemnly begins the teaching that follows. In eight beatitudes he proclaims happiness and indicates the qualities of those who have a share in the kingdom of the two. They are, first of all, those who aspire to the spiritual goods of this kingdom: the poor in spirit, whose humility puts them in possession of the kingdom ; those who weep, who will find consolation; those who are meek, who by their meekness will win the earth; those who hunger and thirst for justice, who will see their ardent desire satisfied. Next are those who possess the dispositions and are in the condition of members of the kingdom: the merciful, who will obtain mercy; those who are pure in heart and will see God; those who bring peace and will be called sons of God; those who are persecuted for righteousness’ sake and whose reward will be great.

ountain, did not designate any particular summit, but in general the height, as opposed to the plain. This is how the inhabitants of the valleys say: go to the mountain, without indicating by this a special point of the chain in question. Tradition was more precise than the evangelists ; it placed the mountain of the Beatitudes not far from the city of Tiberias, situated on the edge of the lake of that name. Behind the mountain that dominates Tiberias is a wide plateau, sloping gently upwards towards a rock that forms the summit. It was on this rock that Jesus spent the night in prayer and that at daybreak he called his disciples and chose his apostles.

Then he came down to the crowd waiting for him on the plateau and it was from there that he taught the people. According to Luke, Jesus went down and it was on a plain that he gave his speech. According to Matthew, he went up a mountain with the people. Luke reports one more detail: Jesus first went up to the top and then down to the plateau. At the foot of the rock, at the top of the plateau, there is a small platform, a sort of natural pulpit, from which a large crowd can easily see and hear him. It was from this spot that Jesus sat. His disciples, those of them whom he called to the apostolate and those who had already heard and tasted his word, surrounded him as always.

This discourse, which set forth the spiritual and sublime principles of the kingdom which Jesus came to found, could not be understood by all, nor could it be put into practice except by those who were animated by the spirit of that kingdom; but Jesus spoke and taught with a view to the future. His word was a revelation, and when his work is done, that word will become light and life in the hearts of his redeemed. « Opening his mouth, a Hebraism that indicates the solemnity of the action, the holy freedom of speech. « Here Luke vividly wrote a preface to show how Jesus prepared to preach: he went up a mountain, he sat down, he opened his mouth; this was to make the seriousness of his action felt.  » (Luther)

« Many of the thoughts in this discourse are found in the teachings of Jesus and with different applications, which Jesus used more than once, sometimes short moral precepts, which were also to appear in his teachings. This was a beautiful, gentle, loving entry into the doctrine and preaching of Jesus. He did not proceed, like Moses or a doctor of the law, by commands, threats, or terrors, but in the most affectionate manner, most likely to attract hearts, and by gracious promises. ( Luther)

This love, however, had a deep seriousness about it, for those whom Jesus declared to be happy were very miserable in the world. They were happy only because of the promise that accompanied each of these declarations and motivated them. The poor in spirit are those who feel poor in their inner life, morally and spiritually poor, and thus yearn for the true riches of the soul (the spirit being the faculty by which we enter into relationship with God and realise the moral life). This sense of poverty before God is not yet repentance, but a deep, painful humility that leads to it.

The poor in spirit are all those whose minds are detached from the goods of the earth, as Bossuet said and added: « O Lord! I give you everything: I abandon everything to have a share in this kingdom! I strip myself of heart and spirit, and when it pleases you to strip me indeed, I submit to it (Meditations on the Gospel). Thus understood, the first beatitude of Matthew responded to the first beatitude of Luke and did not have a meaning almost identical to that of the fourth beatitude: « Blessed are those who hunger and thirst for justice ». Whether it be spiritual poverty or temporal poverty, humility or detachment, or both, such a situation is answered by the promise, or rather the positive and present declaration: for theirs is the kingdom of heaven.

Those who weep, or who mourn, or who are sad, will be comforted, because this sadness brings them to the source of forgiveness, peace, life. This gentleness, this surrender to God’s will, in the presence of violence, injustice and hatred, is produced in them by a humble and saddened sense of what they lack. It implies the renunciation of the advantages and joys of this world; but, by a magnificent compensation, those who practise it will inherit the land. The land of promise, Canaan, is taken in its spiritual sense and signifies the homeland above, the kingdom of God, the possession of which is assured to those who are meek. « The world uses force to possess the land ; Jesus teaches us that it is won by gentleness » (Luther)

This hunger and thirst for spiritual goods which they lack, for the true inner justice of which they feel deprived, for a life in conformity with God’s will, is born in them from the dispositions of an ardent desire for life, and it often recurs in Scripture. Every soul that experiences this before God will be satisfied, satisfied with justice, since it is of justice that it hungers and thirsts. The subsequent revelations of the Gospel will teach him how he will achieve this. The merciful are those who do not think only of their own misery, but who sympathise with the misery of their brothers. One must have felt one’s own misery, have suffered oneself, to be able to sympathise with the suffering of others. One must have been the object of God’s infinite love in order to be able to love others and practice charity towards them.

This is the double thought that links this beatitude to the previous ones. It is also linked to them by the consideration that those whom Jesus calls to the happiness of his disciples will still need to obtain mercy on the day of the supreme judgement, for although they will be assured of the kingdom of heaven, although they will be comforted and filled with justice, there will still be many shortcomings and imperfections in their lives that need to be covered. They will be forgiven and shown mercy as they have shown mercy.

The heart is, according to Scripture, the organ of the moral life. To be pure of heart is, in contrast to external works, to be free from all defilement, from all falsehood, from all injustice, from all malice in this intimate centre of thoughts and feelings. This is not the moral state of the natural man. As each promise corresponds to the disposition described in each of these beatitudes, those who are pure in heart are happy, because they will live in His communion while they are alive, and will one day immediately contemplate Him in the supreme beauty of His perfections, the inexhaustible source of heavenly bliss.

Those who are not only peaceful themselves, but who, having found peace, endeavour to procure it for others and to restore it among men, where it is disturbed. They are happy, because they will be called by that sweet and glorious title: sons of God. This title expresses a profound reality; for as these sons of God bring peace, they have a likeness to their Father who is « the God of peace » Romans 16:20; 2 Corinthians 13:11, they act according to His Spirit. Therefore they are sons of God, but moreover they will be called such, their title will be recognised by God and by all.

Because of righteousness, those who are persecuted are blessed, for theirs is the kingdom of heaven. In the eighth beatitude, Jesus returned to the first. He thus closes a harmonic cycle of experiences and promises. The first four concern those who seek in their deepest need, the last four those who have found and are already developing some activity in the kingdom of God. Each promise, the source of happiness responding exactly and abundantly to each state of soul described, shines a ray of the glory of the kingdom of heaven : to the afflicted, consolation ; to the meek, possession of the earth; to the hungry, satiation; to the merciful, mercy; to the pure in heart, the sight of God; to those who give peace, the title of children of God.

But in the first and last beatitudes, Jesus, who is the Master of the kingdom of heaven, dispensed it entirely to the poor and the persecuted; and there alone He spoke in the present tense: « This kingdom is theirs. The reward, which in no way weakens the truth of salvation by grace through faith, is great in proportion to the faithfulness and love with which the disciples of Jesus suffered for His name. However, no Christian seeks this reward apart from God and the happiness of serving him, otherwise he would lose what makes it great and sweet. Jesus showed his persecuted disciples a cause for joy in the thought

Deacon Michel Houyoux

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All Saints’ Day – History and Origin / Ephemeris

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